La poesia salvata dalle contadine lucane

Bettina è caparbia. Nel senso che non le basta una sconfitta, va incontro alla prossima armata delle proprie convinzioni e di una variazione della strategia, perché le sue convinzioni meritano d’essere sperimentate, meritano d’essere difese.
E da molti anni lo fa con una serenità che non le conoscevo, con una caparbietà che non sfocia mai nell’isteria della cocciutaggine, ma si rigenera con una calma a volte incomprensibile, per me. Perché da molti anni, ormai,  Bettina è buddista.

Vive in un paese della Lucania, fa l’insegnante. E fa un sacco di altre cose, incapace com’è di accantonare, nonostante tutti i casini, le proprie passioni: il teatro, la poesia, l’impegno civile.
E’ così caparbia che s’è convinta del fatto che se la pratica buddista è stata per lei tanto efficace poteva essere accolta e compresa anche dalle donne della sua terra, da casalinghe e contadine che conosce da sempre. E’ così che, un poco alla volta, nella casa di uno o dell’altro di questi amici buddisti, durante le riunioni di preghiera, insieme a giovani e intellettuali della zona cominciarono a fare la loro comparsa anche loro, le contadine e le casalinghe, adeguandosi al quieto spirito della preghiera.
E soprattutto sciogliendosi con naturalezza nel flusso ammaliante della recitazione del “Nam myōhō renge kyō”, l’antica invocazione che viene ripetuta divenendo un flusso sonoro (in fondo non dissimile a quello d’un rosario) nel quale le parole perdono i confini snodandosi sinuose come puro suono, reiterazione ipnotica.
Nella stanza affollata la marea costante delle voci andava ripetendo le misteriose parole d’una lingua sconosciuta, la loro poesia di suono e fiato, sciabordìo d’onde sonore.  Bettina era stupita dalla rapidità con la quale le anziane signore erano entrate nel mood di quelle riunioni di preghiera e dalla devozione che parevano manifestare, ripetendo il “Nam myōhō renge kyō”. Ma…
Ma c’era qualche variazione, un suono diverso, nella loro preghiera. Certo, la dizione giapponese delle anziane signore non poteva dirsi perfetta…
Si avvicinò quindi ad una di loro e scoprì che, nella concentrata devozione della contadina lucana, la complicata invocazione giapponese era divenuta altro, anche se nella marea di voci le differenze non si potevano cogliere: solo avvicinandoti riuscivi ad isolarle scoprendo una prodigiosa metamorfosi.
Sulle labbra della contadina il suono delle parole giapponesi aveva assunto i contorni d’altre parole, a lei più familiari. Ripeteva, come rapita dalla magia stessa del proprio recitare, la frase: " 'nta lu core s’incagliò, 'nta lu core s’incagliò, 'nta lu core s’incagliò…".

Cosa sia ad essersi incagliato, quale mare tempestoso l’abbia sospinto sin  negli anfratti d’un cuore, che natura possieda, questa cosa che incagliandosi prende posto in noi e diviene fonte di quiete, rassicurante presenza da invocare, per Bettina e per me, resta un mistero.
Ma mi sorprendo ancora, a distanza di anni, in un sorriso, quando penso all’invocazione più poetica che abbia mai sentito. E sento che qualcosa che non ha nome, chissà quando e come, anche nel mio cuore s’incagliò.

odradek , Il 11 giugno 2009 — DeRango: 0,10

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