La rivoluzione è come il vento

Prima parte

Stavo andando a operarmi, la mattina di giovedì nove luglio e, sinceramente, pensavo molto di più alla poltiglia sanguinolenta e infiammata che avevo al posto del polso destro piuttosto che alle quattro pattuglie di polizia visibili dal mio balcone al settimo piano, che sembravano essersi fermate proprio davanti al mio portone. Mio padre non aveva di certo pensieri molto diversi dai miei, ma aveva avuto la buona creanza di notare gli agenti accanto alle macchine che interrogavano un tizio negro ben piazzato che gesticolava, evidentemente disperato.
“Ha spaccato le vetrate di un bar perché il barista gli ha negato un cappuccino."
“Pensa se gli negavano un limoncello!”
"Gli ha detto: Non te lo faccio il cappuccino perché sei un negro di merda…”

Sono rimasto in silenzio. A Roma, nel mio quartiere, gli stranieri ne hanno combinate tante, troppe; sarei il primo ad applaudire se qualche vittima prima o poi si difendesse, lasciando per terra un paio di balordi. Qui però mi sembrava che le cose stessero prendendo una brutta piega, e come al solito il conto si era ritrovato a pagarlo chi non c’entrava niente con il casino in questione. In ogni caso, non era proprio la mattina giusta; il polso, o quello che ne rimaneva, faceva male, e io avevo un interevento chirurgico da sostenere… anestesia, dolori post-operatori, prospettive di riabilitazione e tutto il resto. Però purtroppo la rivoluzione è come il natale: quando arriva, arriva. E per me, e anche per mio padre, che attraversavamo l’atrio del palazzo diretti alla macchina, intenzionati ad attraversare quella tragedia umana come due gabbiani farebbero con un banco di nebbia, la rivoluzione era arrivata. O meglio, ci attendeva davanti al portone sotto forma di un crocchio di passanti che commentavano l’accaduto ad alta voce.
“Ma stai a' vede, cazzo, j’hanno detto negro demmerda e invece de daje na mano se lo caricano”
“Aho, avrà pure sfasciato i vetri, ma si te lo dicevano a te che facevi?”
“E 'sto testa de cazzo del barista c’ha pure la faccia de denunciallo” – “E le quaje demmerda invece de bevese lui se bevono sto povero negro”. Voci, nient'altro che voci in una tiepida mattina di luglio; ma ho letto da qualche parte che a volte basta un bisbiglio per scatenare una frana.

E improvvisamente sentii franare. Sentii franarmi dentro anni di convinzioni tenute insieme con lo scotch, a volte anche contro la voce della coscienza che gridava vendetta per mille innocenti, partendo da Alberto Giacquinto, steso sul selciato di un marciapiede dietro casa mia trent'anni fa, per finire a Gabriele Sandri, povero ragazzotto in trasferta per una stupidissima partita, passando per la Diaz e Bolzaneto, che non hanno bisogno di presentazioni.
Convinzioni tenute insieme per fiducia nel sistema, nelle forze dell'ordine, perché doveva essere stato un malinteso, un disguido, "Perché altrimenti, in che razza di stato assassino vivo?", e tutto quello che una domanda del genere può comportare per uno come me, che non ha mai amato la parte di spettatore passivo, anche quando a recitare quel ruolo c'era solo da guadagnare, proprio come quella mattina...



Fallen , Il 17 settembre 2009 — DeRango: 0,00

BËL (00)
BRÜ (00)

Dì la tua! (Se proprio devi)

Ocio che non hai mica acceduto al DeBasio!

Per vivere con pienezza la vera esperienza dello stare sul DeBaser è bello esserci registrati. Quindi: