La confraternita dell'olio

La confraternita dell’olio, ovvero un campionario semi-rurale di allegrie e tristezze. Fine ottobre, inizio novembre. Terminata la raccolta dell’uva, si passa a quella delle olive che, forse ha un valore ancora maggiore rispetto alla prima. Il famigerato “oro verde”. Per i lettori, dal momento che si tratta di un contesto estremamente volgo-familiare, mi vedo costretto a riportare dialoghi in dialetto locale. Seguirà traduzione per i non campani assicurando che leggere le frasi in dialetto, è molto divertente, efficace sia per i termini bizzarri che per le assonanze. Ho amici friulani che si sganasciano dalle risate quando mi fanno leggere ad ogni buona occasione il monito goliardico stampato sulle etichette in tiratura numerata della “Sgnape dal Checo”, quindi…

Stessa famiglia di persone antiche, madre sarta che a causa della crisi non ha dovuto richiedere giorni di ferie approfittandone quindi di uno di magra, padre sempre alle prese con il pulmino della scuola con qualche milione di chilometri in più sulla testata, figlio ribelle e scapocchione 2.0, il nonno partigiano, un invidiabile, energico fascio di nervi novantenne ed io, non più novizio ma neanche navigato, raccoglitore manuale.

La terra è diversa. L’estensione è più o meno la stessa, quasi un moggio, ossia circa 33 are, meno di 4.000 metri quadrati per più di un centinaio di piante. Né poco né molto, considerando che un ettaro è pari a circa 100 are.
Protagoniste della raccolta, tre qualità di olive. Le "ortici", conosciute anche come “coglioni di gallo”, per via della forma quasi sferica, la superficie raggrinzita e di piccole dimensioni, presumendo quindi che siano simili ai gioielli familiari del pennuto crestato. Poi le "racioppelle", dalla superficie liscia, pregiate pur non essendo molto redditizie nella spremitura. In compenso, crescendo a grappoli, sono numerosissime e la resa può considerarsi comunque interessante. Infine le "melelle", molto simili alle olive presenti nelle gastronomie. Polpose, croccanti, con una resa discreta se consideriamo che 90 su 100 finiscono per abbellire il desco negli antipasti.

Armamento individuale: setaccio, bacinella e pinze per la madre, abbacchiatore a benzina ed aria compressa per padre e figlio, io e il nonno partigiano a mani nude. Al massimo il rastrello di plastica, simile a quelli che fanno parte del kit da spiaggia per i bambini. Quelli che, l’uomo non verrà mai superato dalla macchina! I teli, le casse da 60 litri per la raccolta preliminare, i cassoni da 500 per quella definitiva e il cesto per il pranzo, gelosamente custoditi sul carrello del vecchio trattore Carraro che ruggisce ancora nonostante il decorso temporale di almeno tre generazioni.
La mattina è fresca, il cielo ancora terso ed in lontananza si ode qualche colpo di fucile dei cacciatori in ritirata. Dopo aver steso tutti i teli si potrebbe procedere alla raccolta ma l’abbacchiatore non parte. Manca la benzina ed il padre si rivolge con delicatezza al figlio, testa di bossolo 2.0: ”Guagliò chi era purtà ‘a benzina? T’ann appenn’ a te e stu cos’ che tien’ semp mman! Ma addò a tien’ sta capa? Torna ‘a casa e và a piglià ‘a tanica! Nu juorno e chist’ te faccio nà rotta d’osse a te e stu fesebbumm!” (1) E sulle note di questo teatro inizia la raccolta delle olive, Anno Domini 2015.

Il nonno sghignazza, attorciglia le maniche della camicia a righe fino ai gomiti, scoprendo due braccia nodose come i tronchi degli ulivi da spogliare. “Facite cu ‘e mman! Stu cos’ fa cchiù dann che at’! A ffuria è sbatt’, i ram cchiù fin’ se spezzano e nu creschene cchiù!” (2). Parole sagge.
Il nonno avvolge i tronchi con i teli, li chiude con le pinze per evitare che le olive cadano sul terreno e comincia a sgranare i rami più bassi. Poi si rivolge a me ricordandomi che le estremità dei teli devono essere necessariamente sovrapposte al fine di concentrare tutte le olive sull’ultimo telo steso, prima di gettarle nel setaccio. Quest’ultimo, artigianalmente costruito, consiste in una rete rettangolare in metallo, capace a far filtrare le olive, delle dimensioni di un metro per cinquanta ad occhio e croce.  A farle da cornice, quattro assi lignee rafforzate da un fermo inchiodato su uno dei lati lunghi. Il setaccio verrà poi appoggiato su tre casse unite che una volta riempite confluiranno nel cassone.  

La benzina arriva, il compressore parte e gli abbacchiatori cominciano a flagellare le piante fortunatamente floride. Come operaio manovale, mi aggrappo alla corteccia del nonno che sgretola con cura i grappoli di racioppe. E gli aneddoti sulle azioni antifasciste non tardano ad arrivare. Mi fa sempre un certo effetto immaginare che questa terra che sto calpestando per una “banale” raccolta di olive, in quegli anni terribili nascondeva sotto una epidermide farinosa qualche pistola rubata ai crucchi o qualche doppietta presa in prestito da qualche cacciatore. E all’epoca non esistevano altisonanti nomi di battaglia come gli eroici guerriglieri dell’appennino centro-settentrionale. In una piccola realtà, ad indossare l’uniforme da partigiano era il barbiere della piazza principale, il contadino della terra accanto, il medico di famiglia o l’unico bottegaio. I più abbienti, ma anche abbietti, ricoprivano naturalmente le cariche della gerarchia fascista locale e tutti, in entrambi i lati della trincea, avevano un “contronome” affibbiatogli dai compaesani più fantasiosi.
Il nonno, d’orgoglio fervente, racconta: “…au ’43, int’a stà terra venevamo a nasconne e ppistole pè fa fore i tedeschi… ‘cca ‘u podestà era l’avvocato, Vicienz Sittantun’ (non è il cognome ma appunto il contronome. Il numero 71 nella smorfia napoletana è “L’uomo di merda”, valutate voi la considerazione che aveva questa persona in paese, nda) che comm’ verette a mala apparata, che vuttava malacqua, aizatt’ ncuoll’ e se ne fujette! Buono pè isso sinò feneva a carte ‘e quarantotto! (3) Nuje venevamo cca ‘e notte, io, Ettoruccio Sausicchiello, Giuvann’ Uocchie ‘e Brigant’ e Pascalotto ‘u Chianchiere. Pigliavamo da sott ‘a terra chelle quatt’ scassunette che manc’ sparavano e ce ne fujavamo pe coppa ‘e muntagne! (3bis) Il racconto venne interrotto da una lunga, singhiozzante e contagiosa risata: “Io tenevo nù fierro viecchio che s’encagliava una continuazione e ogni vota, pè sparà aera caricà. Quanno caricavo ‘u carrello fischiava e po’ sparava…pareva ‘a notte e Capudann’, nù fischio e nà botta, nù fischio e nà botta!” (4)

Geniale.

E’ ora di pranzo e tutti abbandonano ogni mansione per collegarsi a reti unificate alla tovaglietta da osteria a quadri rossi e bianchi, adagiata su un gruppo di cassette necessariamente capovolte. Altre cassette possono fungere da sedie, purché ci si segga solo sulle giunture, al fine di evitare rovinosi sfondamenti dai risvolti comici.
La pausa non può protrarsi molto, fa notte presto e prima che il sole passi le consegne alla luna bisogna riempire almeno due cassoni per evitare magri risultati al frantoio. Quest’anno ha piovuto abbastanza, c’è stata anche l’alluvione e molte olive sono cariche d’acqua. Si spera di poterne vendere qualche quintale che a 8/10 euro al litro non è mai da buttare.

E quanto prima sentire quel piacevole raschio, tra l’acidulo e il piccante, solleticarti la gola. 

 

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(1) Ragazzo, chi doveva portare la benzina? Ti devono appendere a te e questo coso (uno smartphone) che tieni sempre in mano! Ma dove hai la testa? Torna a casa e vai a prendere la tanica! Un giorno di questi ti devo frantumare le ossa a te e questo Facebook!
(2) Fate con le mani! Questo coso fa più danni che altro! A furia di sbattere, i rami più sottili si spezzano e non crescono più!
(3) “…nel ’43 in questa terra venivamo a nascondere le pistole per fare fuori i tedeschi…qui il podestà era l’avvocato, Vincenzo Settantuno, che come capì che le cose si mettevano male (“mala apparata” e “vuttava malacqua”, letteralmente “brutta parata” e “buttava cattiva acqua”, due modi per dire che la situazione sta prendendo una brutta piega. Mentre “aizatt’ ncuoll’”, letteralmente “alzò addosso-tirò sulle spalle”, è un modo per dire che caricò i bagagli. Nda) se ne scappò! Buon per lui altrimenti finiva molto male (“a carte ‘e quarantotto” per l’appunto. Nda).
(3bis) Noi venivamo qui di notte, io, Ettoruccio il salsicciotto, (evidentemente trattasi di persona corpulenta, nda) Giovanni occhi di brigante (non oso immaginare perché chiamato così, nda) e Pasqualotto il macellaio (il bottegaio del paese, probabilmente di costituzione tarchiata vista l’etimologia del nome, nda). Prendavamo da sotto la terra quelle quattro cose scassate che neanche sparavano e ce ne scappavamo su per le montagne!
(4) Io avevo un ferro vecchio che si inceppava continuamente e ogni volta per sparare dovevo caricare. Quando caricavo il carrello fischiava e poi sparava…sembrava la notte di Capodanno, un fischio e un colpo, un fischio e un colpo! 

Immagine: Vincent Van Goh - Olive Grove with Picking Figures (1889)

 

enbar77 , Il 9 novembre 2015 — DeRango: 19,89

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I commenti che questo editoriale ha voluto ricevere

Stanlio
eeh quant'è bell... ebbrav'enbar Sittantasett'
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iside
iside Divèrs
ho letto solo le parti in napoletano. ma tu non eri bergaMaschIo?
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geenoo        .
Bello, mi piacciono le storie di terra. Mi hanno chiamato due o tre anni fa a raccogliere e, prima l'abbacchiatore (si chiama così?) mi ha spezzato le braccine, poi le olivette del cazzo sui rami più alti mi hanno definitivamente smontato. Però come si sta bene a fare questi lavori, nel senso spirituale, non fisico. Qui adesso stanno cogliendo con le maniche corte, oggi siamo sui 24 C°, bel Sole, cielo terso ed aria tiepida.
BËL (01)
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musicanidi

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enbar77
Grazie ragazzi!
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FOGOS
Quando questa tradizione orale per bocca dei diretti protagonisti finirà saremo tutti un po più poveri... è interessante in codesto editoriale il confronto tra la fatica del vivere quotidiano rurale e la fatica mista al pericolo dei tempi di "Quando c'era lui i treni arrivavano in orario!"...
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odradek
Minkia, che bel quadretto, enbar77. E che capacità divinatorie, proprio a ridosso dell'esplosione del "caso extravergine"... Non è che frequenti il Guariniello?
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madcat
Ciao enbar, un po in ritardo ma l'ho finalmente letto, sempre un piacere leggerti
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enbar77
Grazie, sempre!
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HOPELESS
Storia gustosa.

BËL (00)
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HOPELESS: ...e perfetta la scelta del quadro.
Geo@Geo
Geo@Geo Divèrs
Finalmente riesco a scrivere qualcosa: ciao Enbar è da un po' che ti seguo... lo sai che mi piace sempre come scrivi:)
BËL (00)
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enbar77: Grazie mille! Sono felice di rivederti su debaser!

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