Esiste un percorso che ciascuno fa da ragazzo. Per ognuno è diverso, ma qualsiasi persona che arrivi ai venticinque sentendo che sta vivendo, negli anni dell'adolescenza fa un perscorso che lo porta da qualche parte.
E spesso si fa accompagnare dalla musica. I Modena City Ramblers sono uno dei gruppi che nell'Italia che va dagli anni '90 in poi ha forgiato più ragazzi. E non è una cosa a caso; i Modena avevano dietro di loro un immaginario preciso di cui forse sono tra i precursori. Loro, i CCCP, e così su due piedi non me ne vengono in mente tanti altri. Attenzione, non sto dicendo che nessuna altra band abbiano creato ciò che la cultura italiana ha oggi da offrire - anche perché ovviamente stiamo parlando solo di alcune frange culturali - ma sto dicendo che i Modena City Ramblers sono tra le fondamenta di questo mondo. Tutto ciò che gira intorno al mondo dei collettivi, al mondo indie, al mondo dei due folk demenziali che girano le sagre, non sarebbe lo stesso. Perché magari l'artista indie che fa i concertini esisteva lo stesso, e magari i MCR non li ha mai neanche tanto cagati, ma il mondo in cui si muove è stato forgiato anche dai Modena. Così come senza i CCCP, volenti o nolenti non avremmo tutto quel mondo di alternativi più o meno colti che ti parlano di punk hardcore e mappazzoni russi in bianco e nero.
Poi, beh, c'è tutto un discorso in più: i Modena CIiy Ramblers ovviamente non sono soltanto l'eredità che hanno lasciato a questi giovinastri che nell'anno domini 2026 scendono in piazza cantando sulle note della versione di "Bella Ciao" contenuta in RTAC. E per capire tutto ciò cosa meglio che recuperare il primo disco, un demo, di questa straordinaria band? È francamente spiazzante come il mondo moderno e misto di colori o buio, centri sociali grigi di fumo e scuole occupate con graffiti abbia come colonna sonora un gruppo il cui immaginario era così diverso: una copertina alla Guccini, storie di folklore, politica fatta spicciola e senza cazzi (quanto adoro l'accusa contro i traditori in "Contessa"), a modo, non voci da depresso grunge ma vocioni belli potenti, riff folk che ti sembra di saltare come un demone in mezzo ai boschi, in un'atmosfera che a tratti forse anche gruppi come i Cruachan avrebbero invidiato.
"Quarant'anni" è uno dei miei pezzi preferiti dei Modena: a testa bassa contro la politica dell'epoca con un pezzo dal piglio punk senza menate. Rubacchiata ai mitici Pogues "Contessa", brano ottimo e da pogo; anche ottimo esempio di come i Modena recuperassero sì le melodie, ma con una retorica e una poetica tutta loro. Da brividi "Farewell to Erin", che ti trasporta in mezzo alle folletti, non importa se ti stai dirigendo verso l'istituto tecnico occupato per fare casino coi tuoi amici. "Bella Ciao" è cantata con grande energia ed è una versione veramente ottima. Anche la successiva "Fischia il vento" (probabilmente il mio brano della resistenza preferito) si difende benissimo, con una lunga sezione strumentale che è un gioiello e dei fiati dai paura. Il modo in cui i Modena in questo demo alzavano i bpm e l'energia mantenendo un sound che sembra uscire da una di quelle piazzette che stanno sui paesini di montanga sugli Appennini tosco-emiliani è magistrale. Del resto ignoriamo forse come i MCR fossero un gruppo politico rosso? Non c'è critica musicale che tenga, i Modena tenevano insieme i pezzi di gruppo musicale e anima politica come pochi altri sapevano fare; e per qualche anno continueranno a farlo. Occhi sul presente con "Ahmed l'ambulante", che ha una melodia estremamente azzeccata, che racconta una storia di immigrazione triste, un venditore ambulante a cui la sorte non ha sorriso. Già si intravede lo spirito più musicalmente cosmopolita del gruppo. Chiude una breve e gradevolissima strumentale folk.
Il sound di qeusto disco e la relativa produzione sono abbastanza "raw" cioè non molto curati, che danno risalto all'anima folk nel senso più grezzo del termine, con ritmiche spesso scarne ma strumenti che nella loro semplicità creano suoni di grande impatto.
l'Italia negli ultimi trentacinque anni è cambiata tanto. Per certi versi ci sembra ancora uguale, ma non è così. Si sono mantenuti certi spiriti, nel bene e nel male, e certi immaginari, e per capirla davvero dobbiamo attingere da ciò che da trenta e passa anni i giovani guardano e ascoltano. "Combat Folk" in questo senso è da recuperare: ma in fondo, riascoltiamolo anche per la sua struggente bellezza, che in meno di mezz'ora disegna paesaggi come pochi altri hanno saputo fare, riascoltiamolo per immergerci in quell'esperimento fuori dal tempo che i Modena City Ramblers erano nel complesso panorama musicale degli anni '90.
Loro parlavano dell'Italia, ma forse queste parole oggi potrebbero essere associate proprio a questo demo: i decenni che i Modena avevano davanti a loro erano tutt'altro che facili. "Ho quarant'anni e qualche acciacco, troppe guerre sulle spalle, troppo schifo per poter dimenticare". Voto: 85/100.
Un irish folk colorato di rosso con un connubio che ha fatto molta presa sulle feste dell’unità di fine anni ’80 e primi anni ’90.
Peccato, perché qui sapevano suonare veramente bene.