Come classificare, con onestà, i Negrita? Gruppo pop-rock all'acqua di rose, o rockettari veri e propri? Sperimentatori rock (viste le loro contaminazioni sudamericane) o gruppo pop che gioca a fare il rock?

Bho, comunque la vogliate mettere è gente che sa suonare, solo che ha una visione limitata delle cose, come Ligabue d'altronde. Per loro il mondo è corsa, moto, vento, ribellione (vera o presunta), alternativismo a piccole dosi, rock di provincia. Ecco, soprattutto quest'ultima definizione, secondo me, li connota bene. Sono rockettari che hanno vissuto ai margini delle metropoli, che portano addosso l'odore della provincia e della voglia continuare di scapparci ma poi alla fine che bello ritornarci, e che ogni volta che si trovano in una metropoli sono come Pinocchio nel Paese dei Balocchi.

Lo dimostrano con quest'album, "9", il loro nono, per l'appunto, in cui ripescano una vecchia canzone dal titolo "1989" in cui ricordano la caduta del muro, a Berlino tutto o.k., ascoltavamo Tom Waits e il Boss e insomma ci siamo divertiti un sacco a viaggiare, mica come ad Arezzo e provincia dove non succede mai nulla. Salvo poi ritornarci e scoprire che anche la provincia ha il suo fascino.

L'album è suonato bene, ça va sans dire, e le prime tre canzoni sono davvero belle. "Il gioco", la hit dell'album; "Poser", divertente, in cui raccontano che loro amano la realtà e non il virtuale, che oggi si governa coi selfie ma loro ci scrivono dalla terra degli elfi e "Mondo politico" che ha un ritmo davvero pop-rock, giusto e ficcante.

Da gridare al miracolo, se non fosse che il resto dell'album snocciola una serie di canzoni davvero poco interessanti, ripeto, suonate bene (vedi "Baby I'm in love", con coda strumentale di classe) ma con testi che sono davvero poca cosa, oscillanti fra la canzonetta d'amore e il vorrei ma non posso tipico del loro repertorio.

Si salva "L'eutanasia del fine settimana" che racconta, in modo divertito, il rito abusato del volersi sfasciare ad ogni costo ogni sabato sera. Non che sia una novità, altri l'hanno già raccontato e suonato, ma qui il testo è davvero riuscito, anche perchè la butta in vacca deliberatamente e alla fine suscita anche del sano divertimento: "C'è una lunga fila indiana, esce un tipo allucinato dalla metropolitana, lui stanotte si è imbiancato sì, con una cerbottana!".

Il solito disco a metà, come tutti gli album dei Negrita, con belle cose a corredo di cose un po' meno riuscite e tanti, troppi riempitivi, si veda il finale in cui interviene nientemeno che Shel Shapiro, con il quale avevano lavorato a teatro tempo addietro. 3 stellette, e pace.

Carico i commenti... con calma