Una fuga dalla storia nel deserto del Marocco, tra paesaggi metafisici e musiche techno che scavano nella testa. “Sirāt” è un film di Óliver Laxe, un regista che finora si era mosso in territori a me poco noti, ma che qui dimostra una maturità folgorante.
Viene presentato genericamente come una pellicola sui rave nel deserto, ma è chiaro fin da subito che c’è qualcosa di più, molto di più. Lo si capisce dalla frase che compare a schermo all’inizio, appartenente alla tradizione islamica:
“Sirat è il ponte tra paradiso e inferno, sottile come un capello e affilato come una lama”.
Tra inferno e paradiso
Tutta la vicenda, che ben presto si trasforma in un viaggio estremo tra distese desolate e montagne vertiginose, richiama questa sorta di catabasi incerta e misteriosa. Non si capisce, ed è merito del regista, se quella dei protagonisti è una discesa agli inferi, al confine con la Mauritania, o una salita al paradiso. Un paradiso techno. Allo spettatore vengono poste alcune tessere semantiche: il paradiso come libertà, un rave senza fine e senza regole, fuori dalla storia e dal mondo. L’inferno invece è la società, l’uomo, con gli eserciti e le bombe. La terza guerra mondiale è iniziata.
Laxe tuttavia riesce a mantenere i suoi significati incerti, sempre sul filo di lana. E dunque, forse, il viaggio dei protagonisti non conduce al paradiso, ma proprio all’inferno. Laddove il paradiso è invece rappresentato dalla civiltà, una ferrovia rassicurante che riporta a casa, mentre il viaggio senza regole né strade sicure del gruppo è solo una discesa nel caos primigenio del mondo.
Viaggiatori
La storia di “Sirāt” è simbolo dell’esistenza stessa. Un viaggio disperato, ma gioioso a tratti, con risorse limitate, tra tragedie, ostacoli e un approdo finale incerto e forse ingannevole. Ma prima c’è la vita, ci sono le persone, gli esseri umani. Il regista spagnolo ricostruisce nelle lunghe scene desertiche una dignità dell’esistenza, dove i raver, inizialmente poco affidabili e astrusi, costruiscono progressivamente una dignità, si mostrano nella loro gentilezza, nel desiderio di armonia tra individui. Il padre che cerca la figlia, insieme all’altro suo bambino, viene inizialmente osteggiato, ma poi accolto. Lui stesso cambia, si apre.
E in questo vediamo molto delle nostre esistenze, non ci è dato scegliere con chi viaggiare, ma chilometro dopo chilometro, anno dopo anno, una solidarietà è possibile anche tra individui diversi, agli antipodi. Stare insieme ci salva, ci cambia, ci migliora. Anche nel deserto infernale del Marocco profondo.
Il paesaggio
Particolarmente efficace la scelta dello scenario. Le scene sono state girate in parte in Spagna, nelle zone desertiche delle province di Teruel e Saragozza, e in parte in Marocco, ad al-Rashidiyya ed Erfoud. Il deserto non è solo un luogo suggestivo, ma è anche una tela bianca. Questi raver cercano un mondo nuovo, senza sovrastrutture, per poter vivere l’estasi dell’esistenza senza imposizioni, leggi, guerre. Uno spazio di creazione fertile, dove bastano due casse per cesellare un’illusione di felicità. E le musiche di Kangding Ray lo fanno davvero bene.
Ma il deserto di “Sirāt” è anche ostacolo, immensità minacciosa, montagne, guadi, precipizi, e altri pericoli che non posso anticiparvi. Il deserto non concede tregua né risorse. Dobbiamo provvedere noi, con scorte di cibo, acqua, benzina. Il mondo ormai sembra detestarci, ma dobbiamo sopravvivere.
La musica
È incredibile la colonna sonora techno di Kangding Ray. Costruisce un’ipnosi, quasi un miraggio edenico dove è possibile vivere senza più sofferenze, in uno stato di coscienza alterata. Diversi viaggiatori hanno subito un’amputazione, la gamba, la mano. Luis addirittura ha perso la figlia. Il viaggio è una ricerca di redenzione dalle ferite atroci, dal bombardamento quotidiano, oppure uno strenuo tentativo di ricomposizione dell’armonia familiare, perché senza quella nulla ha senso. Allora le cattedrali elettroniche di Ray sublimano il loro significato, sono il mondo del possibile, il sogno, il paradiso appunto.
Un viaggio lento, con le inquadrature statiche e meditate di Laxe che indagano volti, oggetti, spazi. Anche le immensità del deserto alla fine diventano quasi anguste, claustrofobiche. Suggestivo, struggente, osservare i due camion che viaggiano nel buio pesto, i fari come ultimi barlumi di speranza nella notte.
Il ritmo è dilatato al massimo, ogni fatto viene meditato, rielaborato, e la musica interviene come commento morale, ma anche come proiezione immaginifica. La vista del deserto, con una fotografia satura e calda, ci tiene ancorati alla miseria del vivere; la musica, con le sue spirali imprevedibili, le sue architetture di cristallo, ci proietta in alto, in un empireo techno.
Si tratta di un film difficile da commentare in modo esaustivo senza svelare il finale, che rappresenta il colpo di coda nichilista del mondo degli eserciti, quel mondo da cui i nostri amici un po’ sballati e disperati cercavano di fuggire. Ma non voglio rovinarvi la sorpresa, è necessaria.
“...sottile come un capello e affilato come una lama”.
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