Copertina di Outlaws Soldiers Of Fortune
pier_paolo_farina

• Voto:

Per fan di southern rock, appassionati di musica anni '80, critici musicali, amanti della storia del rock, collezionisti di album vintage
 Dividi con...

LA RECENSIONE

Parte l’album e subito siamo avvolti da sequenze di percussioni elettroniche e da campanellosi pianoforti generati da una tastiera digitale: Yamaha DX7 sicuramente, dato che siamo nel 1986 e tutti allora accorrevano a suonare quella specie di stato dell’arte dei sintetizzatori. Ma la domanda è: che ci azzecca l’elettronica con gli Outlaws, gloriosa banda southern rock piena di focose chitarre elettriche e fumanti amplificatori? Poco e niente… l’unica cosa che pone il marchio del gruppo su questa prima canzone è la riconoscibilissima voce del chitarrista e fondatore Hughie Thomasson, sempre accorata e un poco afona.

Benedetti anni ottanta… tutti a pagare dazio a una serie di fisse che sono nate e morte per sempre in quel decennio. Per dire, il primo “oh oh, oh oh…” in stile Bon Jovi arriva al quarto pezzo “The Outlaw”, anch’esso per buona parte immerso nel mainstream rock di quegli anni. Questo discreto abominio viene poi fatto cantare a Henry Paul, cavallo di ritorno, assente dal quarto album (essendo questo l’ottavo). Il suo vocione baritonale abitualmente countryeggiante evoluisce con convinzione alla maniera pop lasciandoci basiti, ma poi Henry si rifà subito al numero successivo, una delle sue tipiche uscite country rock a titolo “Cold Harbor” guarnita delle dovute chitarre acustiche e delle tipiche armonie campagnole.

La strategia, per gli Outlaws e per tantissime altre entità musicali scivolate fuori moda in quegli anni, era insomma questa: mettere insieme sei o sette pezzi nell’abituale stile di appartenenza, poi però completare la scaletta dell’album con tre o quattro numeri a’la page, facendosi forzatamente aiutare da compositori e musicisti esterni data la poca dimestichezza con sonorità, stili e i testi sulla cresta dell’onda…

‘Na cacata, direbbero a Napoli, infatti l’album non vende una minchia, i vecchi fans inorridiscono e di nuovi non se ne vedono. I Fuorilegge così, a valle di questo lavoro, restano senza risorse e contratto discografico. Partirà da qui un quasi decennio di assenza dal mercato, in attesa che la buriana passi.

Quest’album è fra i loro meno riusciti… se n’è andato anche il pacioccone ma grintoso chitarrista Freddie Salem, che un numero a sensazione per ogni album lo aveva infilato sempre. Invece, il compositore principale fra le dieci canzoni del disco risulta essere un… tastierista ospite, tal Randy Bishop. Bruttina anche la copertina, un improbabile panorama western montato alla cazzo. Outlaws al minimo, giustamente costretti a fermarsi per un po’ e meditare. Due stelle piene.

Carico i commenti...  con calma

Riassunto del Bot

L'album Soldiers Of Fortune degli Outlaws è un esperimento poco riuscito che mescola il southern rock con sonorità elettroniche anni '80, risultando in un disco commerciale e artistico deludente. La band si mostra in crisi, priva dell’energia e dell’identità dei lavori precedenti, e il disco non riesce né a riconquistare vecchi fan né a conquistarne di nuovi. La recensione sottolinea come questa esperienza porterà gli Outlaws a una lunga pausa discografica.

Tracce

01   One Last Ride (04:27)

02   Racin' For The Red Light (06:05)

03   Soldiers Of Fortune (03:33)

04   The Night Cries (04:37)

05   The Outlaw (03:50)

06   Cold Harbor (04:26)

07   Whatcha Don't Do (03:50)

08   Just The Way I Like It (04:02)

09   Saved By The Bell (03:57)

10   Lady Luck (03:53)

Outlaws

Gli Outlaws sono una band southern rock nata a Tampa (Florida) nel 1972, celebre per le tre chitarre e l’energia live. Tra i brani simbolo figurano Green Grass & High Tides e There Goes Another Love Song. Dopo vari cambi di formazione e pause, sono tornati con It’s About Pride (2012) e Dixie Highway (2020).
11 Recensioni