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"Devo dire che i Velvet Underground scrivevano e suonavano musica triste.
Quando li ascolto, mi vengono in mente persone che non vedrò mai più.
Ma questa è la storia del mondo dell'arte.
Van Gogh si taglia un orecchio e i genitori firmano ai figli permessi per visitare musei."
(Dalle note di copertina di "Velvet Underground Live with Lou Reed 1969" by Elliot Murphy)
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Scrive l'amico Massimo Tinti riguardo al doppio "Velvet Underground Live with Lou Reed 1969":
Il furore s'era quietato, i morsi nella carne che sapeva dare John Cale con la viola e il basso, non c'erano più, i ministri del male che erano i Velvet Underground praticamente spariti.
Siamo a New York nel 1969, appena dopo l'antibellezza epocale di "White Light / White Heat", dopo quel disco che era il rendiconto esemplare di come l'eroina rompa senza pietà le cartilagini del cuore, fracassi il cervello e le pupille, faccia dei buchi addosso agli strumenti e attacchi a tutti l'epatite.
L'album, "White Light/White Heat", non era andato affatto bene e l'altro, l'esordio con la banana sponsorizzata da Andy Warhol, era finito pure peggio. Alla gente il Rock n roll dei Velvet Underground pareva non piacere, decisamente troppo in anticipo sui tempi, pieno di visioni torbide al limite del sopportabile, di sventurati che si drogano e svendono; di persone ancora vive che camminano all'inferno.

A quel punto Lou Reed, fatto fuori Cale, senza il minimo scoraggiamento, prende lo scettro in mano e sposta l'asse dei Velvet Underground verso lidi più congrui al suo talento da cantautore, da cantastorie che non si accontenta della sporcizia dei soldi ma mira alla cattedra della gloria.
Il suo voler essere leader adesso si insinua dappertutto, anche nella più insignificante venuzza del suono della band, negli angoli dove prima non gliene importava di mettere ordine, portare la luce.
"Velvet Underground" (il grigio) è un disco completamente diverso dagli altri due, sia nell'umore che nelle armonie; il folk ha preso del tutto il posto della avanguardia garage, la normalità quello della pazzia, nel covo dove stavano assiepate delle serpi sballate pronte a mordere, ora ci sono delle armonie perfettamente pettinate e che funzionano quasi subito al pronti via. Cosa c'entra, il disco è ancora una volta bellissimo, pieno di travestiti, di locali aperti tutta la notte, di appelli senza spiegazioni ("The Murder Mystery"), di canzoni che possono funzionare per l'eternità ("What Goes On").
Però quel disco è soltanto musica, del tutto ignaro del qualcosa mai visto prima di cui erano capaci i Velvet Underground, senza più lo sguardo interrogativo e pieno di rimprovero di John Cale, senza quel modo di dire "ma io non sono come te" che aveva Christa Päffgen in arte Nico.

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