Eccola la classica recensione che come una selva oscurante, il cinefilo radioso non vorrebbe mai incontrare nel bel mezzo del suo cammino. Abbandonata la dritta via della rassicurante ultima serie Netflix, celeberrima ancora prima del tempo delle ovaie, la verace via della pluridecorata ultima creazione del regista greco dalla trama impossibile e dall’anagrafe impronunciabile.

E’ inutile girarci intorno, “ L’ultimo combattimento di Chen “ riesce nell’impresa di toccare alcuni dei punti più bassi della storia cinematografica mondiale, giocandosela in assoluto con alcuni dei film di Uwe Boll in derby di periferia in campetti roventi ed appestati.

Mai un’opera si è rivelata così spuria nella realizzazione rispetto alla concezione originaria.

Eppure.

Ma nello stesso tempo, nel caos totale di quelle controfigure disperse nel set che a Lee non somigliavano una cippa, di personaggi e villain senza anima che se ne vanno e tornano come tra le mura eterne di un boudoir, tutto è ebbrezza da manifesto compulsivo da Jeet Kune Do, di Arte della lotta ma anche Filosofia della contemplazione, che zitta zitta ti fotte ed il giorno dopo corri ad ordinare sul tuo store preferito un set di Nunchaku ottagonali in legno giallo con special offer JockStrap & Vaja con Dios.

Oppure quella intramontabile tuta gialla da motociclista con le strisce nere, capo iconico e buono per tutte le stagioni, che ti rende il corpicino sexy e sancrato come i fianchi di Uma Thurman in Kill Bill...quella seconda pelle che nasce in forma naturale dopo quel dolore, quella sofferenza congenita che crea resilienza. Proprio come quella prima inquadratura prevista del film, quel Jeet Kune Do in pillole, con l’immagine di quel piccolo albero di giunco disperso e piegato dalla tempesta, che si flette senza rompersi.

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Opera postuma che nella sua incompletezza rivela quel tocco di divina incompiutezza, quella summa del pensiero filosofico marziale di Lee dissoltosi nelle trame celesti prima di toccare terra…

Game of Death ed il suo mistero, ovvero quel gioco della Morte, che brama a determinare i progetti e l’asse ereditario della famiglia Lee, prima il Bruce e poi Brandon, basta poco per vincere o perdere il banco. Basta una “ attestata” ipersensibilità per un farmaco per il mal di testa per stendere un Dragone, come nel giorno del misterioso decesso di Lee a casa dell’attrice Betty Ting Pei, nel 1973.

Basta un bossolo disperso nell’addome di Brandon Lee, nel 1993.

Proprio come in una delle prime riprese di Game of Death girata nel 1973 in cui Bruce Lee / Billy Lo viene ferito a morte in un attentato mentre si girava “ Furore dalla Cina “.

Et voilà con un salto nel metacinema servita sul plateau la misadventure della famiglia Lee, in quel melange di autopsie, perizie, misteri e...complotti, quella magia invasiva che è in grado di scuotere 5 anni dopo quella pellicola da quello squallore profondo a cui pareva inesorabilmente destinata.

E’ la preparazione che incontra l’opportunità; non potrete mai chiamare il vento ma potete lasciare la finestra aperta.

Be water my friend.

Con la sceneggiatura in tilt, dopo quei 5 anni di ripensamenti della Golden Harvest, dopo aver fatto girare le riprese ad una decina di controfigure senza trovarne una mezza valida, con la regia di Bob Clouse in coma etilico si decide di sconsacrare anche il Mito, inserendo nel film delle reali riprese del funerale di Lee, a bara aperta e forse per evitare di trovare un’altra controfigura ( morta).

Poi improvvisamente qualcosa di angelico/mefistofelico prende il sopravvento, forse lo spirito di Lee sceso da cosmi celesti, s’impossessa del set e zittisce tutti ed improvvisamente la regia si eclissa in un trip psichedelico, con la scena del pestaggio nella fabbrica in moto con le tute fluo.

Il ritmo cresce intensamente in un vortice di botte e colori fino allo zenit della sfida con i maestri marziali nella pagoda, un duellante per piano, un boss sempre più cazzuto da affrontare al piano superiore, esattamente come nella logica picchiaduro da console, anche in questo frangente per quello strano mistero in anticipo sui tempi… Ed infine ecco quei 10 minuti eterni di duelli, di contemplazione dell’avversario, l’ascesa conoscitiva nella pagoda, l’avvio del lungo percorso di astrazione di conoscenza per scorgere quei brandelli di realtà, quella realtà ultrasensibile, dove i movimenti del corpo di Lee sono talmente rapidi da essere colti dalla luce della telecamera solo in forma parziale. In quell’iperuranio la forma è superata; l’enfer c’est les autres e la lotta reale è contro la standardizzazione del pensiero, il pensiero è rivolto al futuro, ah si anche scomodo talvolta.

Dopo quella cena delirante, lento ed inaspettato arriva il dessert magico.

Quelle scene di combattimento finale, l’ascesa conoscitiva, con due coreografi eccellenti quali Lee e Sammo Hung, con il climax finale del duello con Kareem Abdul-Jabbar; la prova più complicata, l’allievo vs il maestro; quei muscoli del corpo tesi e simboli ed espressione di un pensiero, di un’idea politica, di un modo di agire.

L’urlo di Chen poi continuò a terrorizzare l’Occidente.

Dazi permettendo.

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