Nella mia personalissima carrellata delle bands anni novanta dimenticate dall'uomo e da Dio c'è posto per questo terzetto di gran bravi ragazzi, dalle facce pulite, coi giubbotti di pelle si, ma scamosciata, con le scarpette marroni, con le buone intenzioni. Sin dal monicker, i Semisonic pare vogliano dirti "su, dài, non esageriamo". Quando il poprock è fatto da gente montata di testa, d'altronde, il pericolo è quello di fare dischi come gli ultimi dei Coldplay o come quelli di Richard Ashcroft, o peggio come quello degli Zwan, pertanto stare coi piedi per terra e non prendersi troppo sul serio sembra proprio un'idea felice.
Questo loro secondo disco, del 1998, è un esempio di quanto bene si possa fare aggiungendo modestia e semplicità al sempre attuale sogno di gloria che ognuno vive all'imbracciare una chitarra elettrica. Brani che spaccano la radio in due, e ballads un po' troppo da bravi ragazzotti, ma coll'incedere giusto, senza sovradosaggi di pathos, non overprodotte ma soprattutto non overarrangiate. E, naturalmente, con non troppe pretese.
La strofa-filastrocca della celebre "Closing Time" ti entra subito in testa, anche se poi è duro accettarla quando, di volta in volta, riparte dopo le gradevoli schitarratine del ritornello; "Singing In My Sleep" è il perfetto connubio tra il sostenuto rockeggiante ed il melodico ad oltranza, e quel lieve ma sapiente uso delle tecniche da studio allunga la falcata al brano, a partire da quel ricorrente loop un po' fuoritempo.
"Never You Mind" è pop eccellente, con quell'incedere simil-charleston nelle strofe, ed uno special lento da rock-band capellona anni '70. Nella superba "All Worked Out" pare che certi stilemi del miglior grunge siano finiti in mano ai papaboys ed alle loro chitarre accordate alla ben'e meglio. "California" è graziosa e bollente: arriverà dopo cento canzoni sul tema, ma sempre prima dei Phantom Planet. Qui apro uno spiraglio e chiedo: c'è ancora posto nel poprock per canzoni sulla California?
Vi sono, poi, ballads fatte con le mani del buono ed onesto artigiano che vota Lega, non eccessivamente compiaciute, che magari, al punto giusto, s'arrabbiano pure un pochetto. "Made To Last" è la migliore, malinconica ma non rassegnata; a seguire la delicata, deliziosa "Secret Smile". "This Will Be My Year" è a metà tra la ballata ed il mezzo tempo, con sprazzi suonati forte ed il contributo non indifferente di tastiere. A sigillo, l'algida "Gone To The Movies".
Un gran bel dischetto di un autore, tale Dan Wilson, che ha avuto il pregio di prendere certe cose del suo tempo, prima tra tutte la struttura dei brani, ed ingabbiarle dentro ad un'ottica-filosofia da ragazzi della porta accanto. Prendete dunque il vostro antieroe pseudomaledetto anni novanta preferito, tagliategli le doppie punte, ripulitelo (anche dagli stupefacenti), vestitelo non da fighetto ma perlomeno non com'è abbigliato di solito, che pare un addetto alle pulizie della metropolitana di Mosca. E magari piazzategli pure addosso un paio d'occhialini da vista. Ma, soprattutto, cercate di convincerlo che la vita può essere bella anche se ti piace il rock, e non la techno. Di sicuro, in questa nuova versione, non passerà alla storia, non diventerà una leggenda adolescenziale e probabilmente uscirà di scena di lì a poco, ma quanti sono i sopravvissuti al grunge anche in termini commerciali? Quanti, cioè, nel 2008 vendono ancora come una volta?
Successo o meno, siamo sicuri che avrebbe per forza scritto canzoni meno buone?