Il primo disco, "See This Through And Leave", si apriva con un leggerissimo tocco di elettronica e proseguiva come un buon disco di electro-rock, probabilmente il debutto inglese dell'anno.
Il secondo disco, "Kick Up The Fire, And Let The Flames Kick Loose" (che titolo meraviglioso), si apriva con un morbido tappeto di loop e proseguiva come un capolavoro di art-rock, uno dei migliori degli anni inglesi del sottoscritto.
Il terzo disco, "Make This Your Own" (che titolo banale), si apre con una chitarra nervosa, una voce aggressiva, e prosegue con una sensanzione di cattivo presagio. Nemmeno è di buon auspicio che un frettoloso ascolto suggerisca come migliore del lotto la successiva, "Homo Sapiens", scabroso metal-rock per palati mtviani, e quello successivo addirittura la più commerciale, "Waiting Game", che pare invece suonare come un incrocio decadente tra la sezione ritmica dei Feeder e Brian Molko (non per nulla le due canzoni hanno introdotto come singoli).
L'ultimo disco della band peggio pettinata del Regno Unito, "The Cooper Temple Clause" (che magnifico nome), è una delle uscite più attese degli ultimi anni, in virtù di una carriera maturata su una ricerca del suono particolarissima, che affonda le radici in quel pop-rock obliquo che tanto lusinga noi bramosi di pulsazioni alternative, senza per questo disdegnare ancora più raffinate sortite radioheadiane.
In precedenza alcuni cambi a dar preoccupazione ai ragazzi: uno di formazione (l'abbandono del bassista per le braccia comode dell'insopportabile Carl Barat - vedi alla voce "The Libertines") e uno di etichetta, dopo la doppietta major che aveva aperto le danze.
Lasciate a casa le sperimentazioni post-, quindi, i "The Cooper Temple Clause" cercano, attraverso queste nuove dieci tracce, la ricerca della melodia a tutti i costi, anche a rischio di sfociare nel plagio placebiano dell'innocua e irritante "What Have You Gone And Done?", guarda caso posta strategicamente come giro di boa. Che abbiamo voluto con questo passare all'incasso? Il dubbio rimane. "Make This Your Own" non è un brutto disco, sempre che gli si conceda il tempo dovuto e si riesca a cogliere la statura intatta di pezzi come "Head", bellissima con le sue articolazioni pesanti e pensanti; o la chiusura di "House Of Card", con la voce (che io personalmente adoro e in questa ultima fatica m'è parsa spesso stanca) che raggiunge le vibrazioni antiche di un piccolo gioiello quale era "Written Apologies"; o infine i cambi improvvisi di "All I See Is You", che parte soffusa prima di sfiorare nuovamente pericolose alternative metal, e che la classe cristallina riesce a fermare al limite del baratro.
Due stelle e mezza, dunque, che salgono a tre perchè ogni scarrafone è bello a mamma soja.