The Jazz Messengers
At the Cafe Bohemia Volume 1

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Il 1955, dal punto di vista simbolico e non musicale, è stato un po' uno spartiacque nella storia del Jazz, poiché nel mese di marzo di quell'anno era morto Charlie Parker, e nel febbraio avevano fatto il loro esordio "ufficiale" i Jazz Messengers di Art Blakey e Horace Silver. Dici Charlie Parker e pensi Be Bop, dici Jazz Messengers e dici Hard Bop: non solo Hard Bop, ma una vera "scuola di Jazz" nella cui fila si sono formati svariate generazioni di jazzisti di ogni estrazione strumentistica, e sempre sotto la ligia ala di Art Blakey, nume tutelare dei Messengers fino alla sua morte avvenuta nel 1990.

Chissà come doveva essere fredda quella serata newyorkese del 23 novembre del 1955, ma l'atmosfera fa presto a scaldarsi dentro a Cafe Bohemia, fin anche dalla prime battute della serata con la voce cavernosa di Art intenta a presentare la band: Horace Silver al piano, un giovanissimo Doug Watkins al contrabbasso, figura storica del contrabbasso Hard Bop e andata via troppo presto, la "nuova stella dell'orizzonte Jazz" Hank Mobley al sassofono tenore, e la vecchia volpe Kenny Dorham alla tromba. I numeri ci sono tutti, indubbiamente: la scaletta dei pezzi è omogenea e sfiziosa, partendo da una sorniona "Soft Winds" di Benny Goodman, aperitivo ammiccante che esalta il solo dal soffio Blues di Hank Mobley nella parte iniziale del solo, e che esalta il suo fraseggio Hard Bop quando Art "decide" di innestare la marcia, accelerare, spaccando di fatto il solo in due. Kenny Dorham mette sul piatto una sua tripletta al fulmicotone: "The Theme" spumeggiante e superba composizione dal sapore Hard Bop, "Prince Albert", che altro nonè il famoso standard "All the Things You Are" con una leggera variazione melodica e soprattutto "Minor's Holiday", pescata dal suo "Afro Cuban" uscito sempre per la Blue Note solo qualche mese prima della serata in questione. "Minor's Holiday" rappresenta la vetta del Volume 1, anche perché è il punto massimo toccato dalla ritmica "animalesca" di Blakey, la quale via via riesce a portarsi con sè a valanga tutti gli altri membri del quintetto, in un tripudio sonoro esagerato. Da segnalare certamente anche una delicata e commovente "Alone Together", soffusa ballad tanto cara ad Hank Mobley, e nella quale lo stesso Mobley darà prova di grande carattere anche in tema di ballad, per poi arrivare ad una gustosa ed effervescente "Lady Bird", presente come bonus track.

Gran bell'inizio quello dei Jazz Messengers, un inizio che porterà lontano, anche se sfatando il vecchio motto "chi va piano va sano e va lontano", il vecchio Art non andava di certo piano... Lontano certamente, come ha decretato la storia, e forse anche sano, grazie a certe sue convinzioni etiche e religiose che ad un certo punto della sua vita lo hanno "salvaguardato", portandolo ad prendere delle dure prese di posizione anche con i vari musicisti che ad ogni giro si presentavano alla sua corte ma già sprofondati nei consueti problemi di droga. 

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Commenti (Tre)

Ali76
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Non certo il migliore dei Messengers, rece carina e una richiesta: ho visto che ascolti parecchio jazz, anche a me piace, propongo scambio opinioni e consigli audio se ti va...Ciao!

Alino: Sono daccordo, non è quello dei Messengers che amo di più neppure io. Ma va detto che in questo decennio e nei primi '60 hanno fatto musica strepitosa, una registrazione meglio dell'altra.
Ali76: Già ma Moanin è sempre Moanin...
Nico63
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Alino
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La formazione dei Messengers che preferisco è quella con Shorter e Hubbard. Free For All e Mosaic, insomma.


Caravan: Io quella con Shorter e Morgan, ma comunque la differenza delle preferenze è sottile, fatta di sfumature, poiché la "rotazione" dei musicisti dei Messengers è sempre stata eccellentente, soprattutto appunto tra la seconda metà degli anni '50 e la prima metà degli anni '60.

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