Il secondo album dei Thrills,pubblicato in tutto il mondo da una settimana,presenta la band irlandese innamorata dell'estetica "American Dream" in una veste differente da quella con cui si fece conoscere l'anno scorso,con il fortunato debut album "So Much For The City".
Quello era un disco in cui il debito del gruppo nei confronti dei loro artisti di riferimento (Beach Boys ovviamente,ma anche Neil Young e Byrds)era a volte troppo palese,nascondendo sotto gli orecchiabili refrain sixties e le melodie a volte irresistibili una personalità non ancora "messa a fuoco" e decisamente derivativa.
In questo difficile secondo lavoro,la band guidata dal cantante Conor Deasy (bella voce,solare ma allo stesso tempo sexy,sofferta e "younghiana")sembra volere fare a tutti i costi il decisivo salto di qualità,liberandosi dall'immagine tutta "California & Girls" che potrebbe rischiare di stancare il pubblico,nè troppo indie e nè troppo mainstream,cui è rivolta.
Il risultato non è però stato pienamente centrato,poichè a scapito di una maturità compositiva di certo non disprezzabile,"Let's Bottle Bohemia" non presenta singoli spacca-classifiche come il precedente lavoro,anche se è pur vero che non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca:fatto sta che paradossalmente sono proprio i brani più "complicati" a convincere,quelli in cui i giochi di armonie vocali e di accordi ricercati (sempre un pò alla maniera di Brian Wilson)puntano in alto fino a provocare davvero qualche brivido sulla pelle.
E' il caso del brano d'apertura,"Tell Me Something I Don't Know",in cui si ha un limpido esempio di quanto sia cresciuta la band a livello strumentale-compositivo:pianoforte a tutto volume,vocalizzi nostalgici,ritornello sostenuto da una linea di basso che farebbe invidia a Lenny Kravitz,break di intensissima emotività.Un grande pezzo.
Anche la traccia n.2,"Whatever Happens To Corey Haim",singolo di punta del disco,ribadisce l'idea di un gruppo più sicuro delle proprie potenzialità(ricordiamo che il disco è stato composto praticamente durante il tour di "So Much For The City"),e per nulla timoroso di affidarsi a un arrangiamento d'archi profondamente anni '70,quasi à la Love Unlimited Orchestra,che comunque riesce miracolosamente a evitare il kitsch (in Inghilterra si dice che il brano sia copiato dalla sigla del telefilm "Mork & Mindy").
In "Faded Beauty Queens" compare come guest star nientemeno che Peter Buck,noto ammiratore dei Beach Boys (va da sè...):un andamento un pò country e un pò vaudeville,con tanto di banjo di accompagnamemto,e per il ritornello simpatico e accattivante potrebbe essere un futuro singolo.
"Saturday Night",acustica e un pò "southern",è a metà tra il primo Springsteen e Bob Dylan,ma la voce di Conor Deasy la fa sembrare comunque una outtake di Crosby,Nash,Stills e Young.
E' in ogni caso sempre l'America la principale (unica?)fonte di ispirazione:prova ne è la ballata blues "Not For All Love In The World",che dopo un intro molto lennoniana si trasforma in un delicato e toccante momento intimista degno del migliore Billy Joel;"Our Wasted Lives" invece è più veloce e rock'n'roll,ma non sembra particolarmente ispirata,se non per qualche intreccio di voci.
"You Can't Fool Old Friends..."è in assoluto la canzone più bella del disco,una love song "al contrario" con degli inserimenti di synth (logicamente dal sapore molto vintage) che ricordano qualcosa dei Belle & Sebastian più naif:la malinconia/nostalgia di questo pezzo è a dir poco struggente,e come sempre è l'interpretazione di Conor a renderla così suggestiva.
"Found My Rosebud" è un'altra perla,una canzone in cui si avvicendano improvvisi cambi di tempo,di melodia e di umore,e forse è questo il pezzo nel quale la band dà la dimostrazione dell'affiatamento e della freschezza guadagnati rispetto al loro primo disco.
"The Curse Of Cumfort" è invece oscura e notturna;"The Irish Keep Gate-Crashing" è un movimentato e allo stesso tempo malinconico pop rock impreziosito da una sezione di archi impazziti,con un giro di basso che curiosamente deve qualcosa a "Babies" dei Pulp,e che rispolvera per la prima volta le radici irlandesi del complesso.
In definitiva un disco che non necessita di numerosi ascolti per essere "digerito",ma che in ogni caso è meno "facile" dell'album di debutto:come già detto,se da un lato la band è cresciuta e ha mostrato di potere raggiungere vette emozionali fino a qualche tempo fa insperate,dall'altro però ha perso (non si sa se volontariamente) quella immediatezza che ne aveva favorito il successo.
Nel dubbio io dò 4,spero di averci azzeccato.