È il 15 aprile, il giorno del mio compleanno e sono a New York. Sono appena arrivato davanti al numero 243 della 63esima Strada Ovest. Dopo una lunga attesa finalmente sono stato convocato. L´appartamento è al pianoterra. Mi fanno entrare e mi trovo davanti un bizzarro personaggio con un lungo pizzetto, indossa gilet damascato e cravatta sotto a una vestaglia da camera chiara e un cappello coolie. Dall´alto dei suoi 191 centimetri e 100 chili di peso mi sta aspettando accanto a un pianoforte Steinway a mezzacoda che parte dalla cucina e finisce nel salotto. Sul coperchio del piano riesco a intravvedere un volume delle composizioni di Chopin, uno scatafascio di spartiti vari, ma soprattutto una pila di piatti e posate, oltre che una montagna di biancheria ben ripiegata.
Mi sento un poco in soggezione, non tanto per la fama del musicista che ho di fonte, quanto piuttosto per il fatto che mi osserva con uno sguardo strano, quasi come se non fossi realmente davanti a lui.
Sono venuto fin qui a intervistare Thelonious Sphere Monk.
Per superare il mio vistoso imbarazzo, rompo gli indugi partendo subito con la prima domanda.
DottorJazz: Mr. Monk mi parli della sua formazione musicale.
Monk: Bene, ho iniziato a suonare il piano a 6 anni. Sono nato con il dono dell´orecchio assoluto, ma ho studiato molto, ho ricevuto una educazione musicale formidabile. A 13 anni gareggiavo nelle competizioni serali all’Apollo Theater, ma ero diventato talmente bravo che mi proibirono di partecipare avendone vinte già troppe. A 17 ho cominciato a suonare l´organo in chiesa. E´ stato cosi che ho imparato moltissimi gospel e canzoni popolari afroamericane, assorbendo le tecniche e gli stili dei pianisti del ragtime come Scott Joplin, o dello swing come Duke Ellington.
DottorJazz: Theloniuos mi può descrivere meglio la sua tecnica.
Monk: Lo stile che più mi ha influenzato è stato lo Harlem Stride, quello di James Price Johnson. La tecnica è basata sull´uso della mano sinistra che non suona l´accompagnamento solo di accordi, ma li alterna a note basse, suonate su ottave diverse della tastiera, dando alla musica un andamento incalzante e ritmato, ma anche un cambio di tempo e direzione.
DottorJazz: Mi racconta di quando ha iniziato a suonare nei Club di NY.
Monk: Quando finalmente sono stato contento del mio stile, ho cominciato a suonare alla Minton’s Playhouse di Manhattan insieme a Bird, a Dizzy Gillespie e a Miles Davis. Il nostro obiettivo era far nascere una nuova corrente musicale che potesse stravolgere il jazz per come lo si conosceva. In quelle notti di improvvisazioni nei locali di Harlem e sulla 52esima strada è partito un movimento rivoluzionario che ha spazzato via lo swing delle big band, un genere troppo distante dalle esperienze di vita, di cultura e di creatività artistica delle comunità afroamericane delle grandi città della Est Coast.
DottorJazz: Mi ha incuriosito, mi spieghi meglio come suona la tastiera del suo pianoforte.
Monk: Non ho mai voluto suonare da virtuoso come Oscar Peterson. Ho sempre preferito sottrarre, piuttosto che aggiungere. Il mio sound distintivo si basa sul suonare gli accordi soltanto con due note (ndr: la tonica e la settima), cercando di ottenere un suono per cosi dire “primordiale”. Per questo motivo uso le pause. Le infilo la dove normalmente non sarebbero dovute essere, sfruttandole così come parti integranti e affermative delle improvvisazioni. Adoro le dissonanze, per questo utilizzo le dita tese e piatte, non arcuate come richiederebbe la buona tecnica pianistica. Questo atteggiamento delle mani è determinante per ottenere il mio suono: il tocco duro e greve che ne esce fuori ha lo scopo di trasformare il pianoforte in una sezione ritmica, tutte caratteristiche diametralmente opposte a quella alla base dell’eleganza stilistica di Bill Evans, un musicista che ammiro molto.
DottorJazz: Bene, mi può parlare della sua ultima registrazione in studio che è appena stata prodotta da Teo Macero e pubblicata dalla Columbia Records.
A questo punto Thelonious comincia a girare lentamente su se stesso, quasi come fosse una danza ritmata da una musica che sente lui solo, poi si ferma improvvisamente e comincia a fissare un punto indefinito sopra la mia testa e verso un angolo della stanza. Mi giro per guardare e non vedo niente. Lui scoppia a ridere e capisco che mi sta prendendo solo in giro. Ok, non me la prendo più di tanto, è una delle stramberie del Monaco e ci può stare.
Monk: Da quando mi hanno piazzato sulla copertina di Time, uno dei pochissimi jazzisti di colore ad aver ricevuto questo tributo insieme a Louis Armstrong e Duke Ellington (ndr: il quarto è stato Wynton Marsalis), le mie quotazioni come musicista jazz sono in ripresa dopo un lungo periodo di eclissi. Molti sostengono che sono stato scelto solo perché, a differenza di Miles Davis, non sono un musicista politicizzato. Proprio per questo ho deciso di tirare fuori questo disco che si intitola “Underground” (ndr: CS 9632), e a cominciare dal titolo, ma soprattutto dalla copertina ideata dalla Horn Grinner Studios vuole dimostrare l´esatto contrario: che sono uno cui piace fare la Rivoluzione. Ecco perché mi sono fatto immortalare come un combattente della Resistenza francese durante la seconda guerra mondiale, mentre tiene prigioniero un ufficiale nazista in un tugurio, tra grappoli di ciliegie e di bombe a mano, oltre che di esplosivi vari, con una mucca vera e il cartonato della mia carissima Nica che, vestita da Partigiana, imbraccia il suo mitra Sten.
DottorJazz: Ecco proprio a proposito del suo rapporto con la Baronessa Pannonica de Koenigswarter approfitto per chiederle cosa mi racconta: so che le ha intitolato anche un brano bellissimo nell´album “Brilliant Corners” (ndr: Riverside Records).
Monk: Nica è una mia amica carissima, la mia musa ispiratrice e anche l´ala protettiva stesa su di me e su tutta la mia famiglia. Voglio precisare anche che per me mia moglie Nellie e i miei figli Toot (ndr: Thelonious Jr.) e Boo Boo (ndr: Barbara) rappresentano il centro del mio mondo.
DottorJazz: Bene, ritorniamo al suo “Underground”, cosa mi vuole raccontare su questa sua ultima opera.
Monk: Anche se non sono stato esplicito come hanno fatto Max Roach e Charles Mingus nei loro rispettivi lavori, ho voluto dare il mio contributo a testimonianza di come molti artisti afroamericani e non solo, vedono le ingiustizie sociali negli Stati Uniti accostandole a una forma di moderna oppressione e segregazione razziale. Il titolo vuole proprio suggerire che la resistenza continua, solo in altre forme.
DottorJazz: Mi vuole descrivere più in dettaglio i brani del suo album.
Monk: Bene, con “Thelonious”, che apre il disco, ho inteso fare subito la mia dichiarazione di intenti. Il tema spigoloso, quasi caricaturale, esplorato negli anni precedenti, qui diventa rarefatto, con pause marcate e un senso di sospensione che rende ogni nota pesata, quasi teatrale.
“Ugly Beauty” è la mia unica composizione in tempo di valzer (3/4). È di una bellezza sbalorditiva grazie alla magnifica esecuzione al sax tenore di Charlie (ndr: Charlie Rouse). La melodia è dolce solo in superficie, sotto scorre un’irregolarità ritmica sottile. È il momento lirico dell´album, ma instabile, come se questo sottile equilibrio potesse spezzarsi da un momento all’altro.
“Raise Four” l´ho costruito su un’idea armonica semplice ma trattata con libertà. Il tema è quasi un pretesto: il cuore dell´esecuzione sta nelle improvvisazioni, dove il mio quartetto si muove ormai in modo elastico, con scarti improvvisi e un interplay serrato ma perfetto. Ben (ndr: il batterista Ben Riley) fa un lavoro straordinario nel creare la magica atmosfera di questo pezzo.
“Boo Boo’s Birthday” è uno dei pezzi più giocosi del disco, ma non per questo meno complesso nella sua architettura musicale. Il titolo suggerisce subito che è dedicato a mia figlia, in effetti c’è quasi una sorta di leggerezza infantile nel tema, subito però deformata da accenti imprevedibili e i cambi di direzione che caratterizzano la mia musica. Anche in questo pezzo l´interplay col buon Charlie è a dir poco magistrale.
Con “Easy Street” ho voluto fare una mia reinterpretazione di uno standard del jazz, composto da Alan Lerner e Frederick Loewe per il musical “Paint Your Wagon”. Nella mia versione ho destrutturato la melodia originale ricostruendola col mio stile, fatto di pause spiazzanti, accenti irregolari e l´uso percussivo del pianoforte. L’andamento è rilassato, ma mai davvero easy come suggerisce il titolo. L’arrangiamento mette in risalto il dialogo stretto tra pianoforte e sax.
Per “Green Chimneys” ho pensato un tema costruito su intervalli di tempo insoliti che creano un senso di instabilità armonica. L’esecuzione alterna momenti di coesione a passaggi più liberi, mantenendo sempre una tensione sottile. In questo pezzo Larry ha fatto valere la sua arte con un solo strepitoso (ndr: Larry Gales al contrabbasso) in contrappunto alla batteria di Riley.
“In Walked Bud” è il mio personale tributo al mio grande amico Bud Powell. Per cercare di proteggerlo dalla polizia mi sono giocato la mia Cabaret Card. Non importa, anche se non mi hanno fatto più suonare nei locali lo rifarei senza pensarci su neppure un attimo. Questa versione l´ho voluta arricchire con la parte vocale cantata da Jon Hendricks. È uno dei momenti più “accessibili” dell’album, comunque sempre con le mie tipiche dissonanze e pause strategiche.
DottorJazz: Mr. Monk come ultima domanda le chiedo cosa può dirmi sui suoi problemi di salute psichica.
Theloniuos resta con lo sguardo perso lungamente verso un punto indefinito, proprio come all´inizio dell´intervista, come se io non fossi realmente presente, poi guardandomi diritto negli occhi e con un tono di voce basso ma deciso mi risponde: “The loudest noise in the world is silence”.
Sento il buzz che fa il braccio del mio giradischi mentre ritorna al suo posto.
Il disco e´ finito.
Sono tornato a casa.