Copertina di Tim Miller Love, Death & Robots (Volume 2)
joe strummer

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Per appassionati di fantascienza, animazione adulta e distopie futuriste; spettatori di serie antologiche e riflessive
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LA RECENSIONE

Tutto si chiude con un inaspettato momento di poesia decadente, un diario in prima persona di uno scienziato che osservando un gigante arenato su una spiaggia, il suo putrefarsi e come la popolazione interagisca con le colossali membra, racconta in fin dei conti la caducità dell'uomo, della carne, della civiltà (Il gigante affogato).

Prima, una delle distopie più efficaci anche se inserita in uno scenario retoricamente futurista, riguarda la crudele imposizione di non fare figli per un'umanità che vive per secoli ma non sa più cosa sia la gioia di vedere crescere la propria prole. Se e quando lo fa, è nell'illegalità, nella paura di occhi che si guardano intorno circospetti, in case sgarrupate ai piedi di un tumulto minaccioso di grattacieli (Pop Squad).

Vive di eterogeneità, nei contenuti e nella qualità estremamente divaricata degli episodi, questa seconda stagione, ma risulta meno variopinta e variegata della prima. Ci si assesta quasi sempre su scenari fotorealistici, futurismi cupi che intaccano l'integrità umana, che corrodono le emozioni attraverso imposizioni eugenetiche di vario tipo, macchine che sfuggono puntualmente al controllo in un'ostinata relazione uomo-robot. C'è la ricerca della vita eterna e la maledizione di chi ne possiede il dono, quasi un esilio autoimposto per non concedere quel seme imperituro a chi ne brama gli effetti miracolosi (Snow nel deserto).

Alcuni passaggi sono particolarmente leggeri e stupiscono per la pochezza degli spunti (L'erba alta), altri rivisitano gustosamente e un po' malignamente, ma anche banalmente, i luoghi più consunti della tradizione (Era la notte prima di Natale), altri ancora scivolano in somiglianze di fondo davvero poco giustificabili: i robot che non rispondono ai comandi e iniziano a dare la caccia all'uomo tornano quasi identici, pur in contesti diversissimi (Servizio clienti automatico e La cabina di sopravvivenza). In pochi casi le scelte estetiche risultano artisticamente rilevanti (Ghiaccio), nella maggior parte dei casi prevale un realismo visivo che si adatta al piglio meno divertente e divertito, più meditabondo e cupo della stagione.

Sembrano pillole di Black Mirror, ma con un peso specifico talmente lieve da risultare in alcuni casi indigeste o comunque inutili, nel momento in cui viene a mancare uno scheletro di significato che sia davvero stimolante. Serve un'aporia di fondo, un rovello morale, uno sguardo lucido e acuto, per dare spessore a questi abbozzi, che sono molti meno di prima (da diciotto a otto episodi).

L'idea di fondo è buona, le micronarrazioni sono perfettamente calate nel contesto della visione spesso un po' scostante e distratta che si fa sulle piattaforme. Ma la brevità di durata non deve coincidere con una brevità di idee.

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Riassunto del Bot

La seconda stagione di Love, Death & Robots esplora tematiche futuriste con toni più cupi e meditativi rispetto alla prima. Pur offrendo episodi interessanti, spesso manca di spessore e varietà. Alcuni racconti risultano poco originali o deboli, mentre altri fatti di poesia e riflessioni sulla caducità umana colpiscono. La serie soffre della riduzione degli episodi, che limita lo sviluppo delle idee.

Tim Miller

Tim Miller è un regista e artista degli effetti visivi statunitense, co-fondatore di Blur Studio. Ha diretto Deadpool (2016) e Terminator: Dark Fate (2019) ed è co-creatore dell’antologia Netflix Love, Death & Robots.
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