La tematica dell’innocente in fuga dopo essere stato ingiustamente accusato di omicidio è vecchia quasi quanto il cinema, e quando funziona è una macchina perfetta: qualcuno che corre inseguito, e la verità sempre un passo avanti. Alfred Hitchcock ci ha costruito sopra una filmografia d’eccellenza, per citare solo i più famosi: "The 39 Steps", "Saboteur" e "North by Northwest" (in Italia "Complotto Internazionale"). Il noir ha risposto con gioielli come "The Big Clock" e il suo remake "No Way Out", mentre la fantascienza si è tolta lo sfizio con "Minority Report".
Poi arriva "Mercy", deciso a inserirsi nel filone… con la grazia di un elefante ubriaco.
L’idea, sulla carta, sembra irresistibile: innocente perseguitato + paranoia da Intelligenza Artificiale. In pratica, Chris Pratt è il detective Raven, accusato di aver ucciso la moglie e incatenato a una sedia davanti a un giudice virtuale, l’AI con le fattezze di Rebecca Ferguson. Ha 90 minuti per dimostrare la propria innocenza, perché l’AI è quasi onnisciente e lo dà colpevole al 97,5%. Un’idea intrigante, certo. L’esecuzione, purtroppo, sembra affidata alla stessa AI dopo un aggiornamento fallito.
Il primo inciampo è filosofico ma anche molto concreto: Raven deve dimostrare la sua innocenza dentro un sistema che ha già deciso che è colpevole. E su cosa si basa questo sistema? Sulla digitalizzazione delle nostre vite: telecamere, email, messaggi, social, etc... Ogni briciola viene frullata e restituita come prova del classico “delitto passionale”: lui alcolizzato, in rehab ma con varie ricadute; lei stufa e adultera; matrimonio finito. Niente altro da provare… ma il film deve durare almeno quei 90 minuti.
La tensione si sgonfia quasi subito. Raven non ricorda nulla, era sbronzo (naturalmente), ma è sicuro di non aver ucciso la moglie (naturalmente). Amnesia selettiva: il povero ronzino stanco della sceneggiatura mediocre, rimesso in pista come un gagliardo puledro. E noi dovremmo credergli perché Chris Pratt ha quella faccia da bravo ragazzo che il cinema sfrutta da decenni come certificato morale.
Peccato che tutto intorno a lui sia un bombardamento visivo degno di uno scrolling compulsivo: video, post, filmati, spezzoni che si susseguono a velocità supersonica. Più che costruire tensione, costruiscono uno stato di nausea. E soprattutto non aprono spiragli: non c’è un errore da scoprire, un indizio da inseguire. C’è solo un algoritmo che deve essere convinto di aver letto male i dati. Più che un thriller, una trattativa esasperante con l'assistenza clienti digitale.
Ma il vero delitto è che l’innocente non è in fuga. È seduto. Niente treni, niente strade, niente inseguimenti. Solo una stanza, una sedia e un giudice virtuale. Il genere viene ridotto alla claustrofobia procedurale travestita da futurismo. Come se non bastasse, quel poco di trama che emerge dal frullatore è un catalogo di assurdità: un sospetto che si nasconde per due giorni in una cantina senza mangiare, bere o… affrontare i bisogni più basilari dell’esistenza; vendette private che sembrano improvvisate durante una pausa caffè; camion lanciati a tutta velocità che nessuno riesce a fermare (le strisce chiodate, quelle sì sono fantascienza).
Etichettato come un Minority Report dei poveri, o alternativamente per chi ha la soglia d'attenzione di un moscerino, il film sfoggia un sorprendente 82% su Rotten Tomatoes, mentre il pubblico di IMDb, di solito più indulgente, si ferma a un 6.2/10.
Se amate le immagini sparate come coriandoli impazziti, se vi accontentate di scene d’azione sfocata filtrata da telecamere portatili, se trovate erotico un algoritmo con il volto di Rebecca Ferguson che vi snocciola percentuali come un contabile apocalittico… allora "Mercy" potrebbe fare al caso vostro.
Gli altri, forse, preferiranno un innocente che almeno provi a scappare.