Ho deciso di dedicare la mia quarta recensione ad un gruppo che, stranamente, qui su Debaser non è ancora stato preso in considerazione. Si tratta dei Trail of Tears, longeva band norvegese fondata nel 1994 dal vocalist Ronny Thorsen come gruppo del filone gothic metal (ma è meglio parlare di “extreme gothic” come ha fatto il leader del gruppo). Il loro album d'esordio, “Disclosure in red”, uscì nel 1998, anno in cui videro la luce tra gli altri anche “Widow's weed” dei Tristania ed “Aegis” dei Theatre of Tragedy, due gruppi fondamentali del genere con cui senza dubbio i Trail of Tears devono essere confrontati.
La mia recensione verterà sul secondo lavoro della band, “Profoundemonium” del 2000. Dico subito che secondo me è un buonissimo disco, che ha elaborato e sviluppato ciò che era presente in nuce in quello d'esordio. Un fatto che mi colpisce favorevolmente è la freschezza che “Profoundemonium” mantiene a distanza di undici anni dalla sua pubblicazione, nonostante molti degli elementi che caratterizzano il genere gothic siano poi stati riproposti da tante band allo sfinimento, spesso in modo superficiale e trito.
Inoltre, e questo è secondo me il punto di forza del disco, i singoli brani cooperano a creare un'atmosfera onirica, in cui sono sapientemente alternati momenti di decadente malinconia ed improvvise, rabbiose accelerazioni di matrice black (e in questo i Trail of Tears si distinguono dai Tristania e più in generale da molti altri gruppi del filone gothic, mostrando di possedere una propria cifra stilistica, decisamente più aggressiva).
Ottimo esempi sono “In Frustration's web” e “Disappointment's true face”, due brani esemplari per varietà di toni e capacità evocativa, in cui tra l'altro i Trail of Tears mostrano di non essere prigionieri degli stilemi del genere, in quanto la voce femminile (nei primi due album Helena Iren Michaelsen) alterna canto lirico e canto leggero, come del resto già avveniva nell'album precedente, ma soprattutto "Fragile Emotional Disorder", un brano che ho trovato splendido ed emozionante, forse anche per la presenza della voce maschile pulita di Kjetil Nordhus dei Green Carnation, destinato successivamente ad uno spazio molto maggiore nella band (sostituirà del tutto la voce femminile in “Free fall into Fear” del 2005, tra l'altro una svolta stilistica del gruppo che ho trovato interessante).
Infine, non c'è alcuna inutile pomposità: le linee melodiche dei diversi strumenti non sono di per sé particolarmente elaborate, anzi tendono talvolta a generare mediante la ripetizione una sorta di effetto ipnotico sull'ascoltatore, credo voluto (basti ascoltare la linea di tastiera in "Profoundemonium", l'intro di chitarra in "Sign of the Shameless" o il riff di “Image of hope”!) ma si intersecano e dialogano tra loro in modo tale da costruire brani tutt'altro che statici o prevedibili.
Concludo segnalando quello che a mio parere è uno dei pochi nei del disco: la copertina, veramente brutta- non me ne voglia il pubblico maschile-, non tanto per l'immagine in sè, discutibilmente rivolta a priori ai soli uomini, quanto perché assolutamente gratuita e non coerente con il disco. Ma, si sa, non si può volere tutto.