Copertina di Vittorio Cottafavi Il taglio del bosco
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Per appassionati di cinema d'autore, studiosi di televisione italiana, curiosi della cultura rurale e sociale degli anni '60, fan di gian maria volonté e cottafavi.
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LA RECENSIONE

IL TAGLIO DEL BOSCO (1963) 7/10

Chi ha qualche anno sulle spalle ricorderà sicuramente l'epoca degli sceneggiati Tv che la Rai (una Rai democristiana, ma una Signora Rai) trasmetteva in prima serata tra gli anni '60 e gli anni '70. Forse ricorderà meno il nome di Vittorio Cottafavi, modenese ma romano d'adozione, regista di film passati (ahimé) velocemente di moda (il suo migliore è “I cento cavalieri”, 1964) e di alcuni suddetti sceneggiati Tv tra cui “I racconti di Padre Brown”, 1970-1971 e “A come Andromeda”, 1972. Ora, qui non si vuole ammorbare il lettore dettagliando la biografia di Cottafavi (ne esiste una splendida, anche se un po' vecchiotta, monografia uscita da quella miniera di tesori che furono le Edizioni Castoro). Bensì si vuol parlare di uno dei suoi lavori televisivi meno noti, “Il taglio del bosco”, 1963, protagonista Gian Maria Volontè, tratto da un (bel) romanzo di Carlo Cassola. E' un lavoro breve, un mediometraggio: dura 53', rintracciabile comodamente su RaiPlay o Youtube. Dimenticassimo, nel senso più letterale.

Nel piccolo borgo di Tirli, provincia di Grosseto, Alta Maremma, il 35enne Guglielmo (Volontè, unico attore professionista in un cast formato da attori non professionisti), da poco vedovo, fatica ad elaborare il lutto data la perdita della moglie. La sorella accudisce i pargoletti, Guglielmo nel frattempo acquista “il taglio del bosco” del titolo (vale a dire una piccola zona boschiva) e s'ammazza di lavoro insieme ad altri solerti taglialegna. L'idea è quella di declinare il dolore in fatica, e di conseguenza in una nuova, presumibilmente più felice, vita.

La Rai, che aveva ideato un progetto televisivo dal titolo “Racconti dell'Italia di oggi” (una specie di fotografia collettiva della società italiana sospesa fra boom economico e spopolamento delle campagne e chi invece, pervicacemente, da quelle compagne non ci voleva scappare o addirittura, come nel caso del protagonista dell'opera, ci si recava di propria volontà). Un progetto in 9 cicli in cui il lavoro di Cottafavi si inserì giustamente, e che venne trasmesso il 19 settembre 1963. L'operazione, curata da Raffaele La Capria, vede in “azione” molti nomi storici del cinema italiano e qualche nome sconosciuto che s'affermerà di lì a qualche anno (lo sceneggiatore de “Il taglio del bosco” è, oltre a Giuseppe Lazzari, un certo Marcello Fondato, poi regista del cult ...Altrimenti ci arrabbiamo”, 1973). L'idea di Cottafavi non è certo quella di “scimmiottare” il neorealismo (l'uso di attori non professionisti), oltretutto morto e stramorto nel 1963, ma di raccontare con più verità possibile una vicenda tanto tragica quanto, alla fine, di redenzione emotiva. Non è un documentario (come in quegli anni realizzava Vittorio De Seta, altro gigante con la G maiuscola totalmente dimenticato) e non è nemmeno una indagine antropologica, diciamo che sta a metà fra i due stili: è più un film in cui si cerca di raccontare, attraverso le immagini (non di rado quasi epiche) l'interno travaglio di un uomo lacerato fra la voglia di buttarsi via e la consapevolezza che, almeno per amore dei propri figli, non può compiere alcun gesto scriteriato. E le scene di sudore e lavoro coi taglialegna trasudano fatica da ogni frame.

Ottimo artigianato lo definì un critico assai zelante, certo non è un lavoro in cui l'aspetto tecnico (se non quello registico) conta primariamente anche se il paesaggio (qui spesso assurto al ruolo di protagonista, quasi fosse una cosa sola con gli uomini che lo vivono) è raccontato con dovizia di particolari ed alcune scelte stilistiche (specie quelle più didascaliche) non sono lontane da ciò che già realizzava, e che realizzerà ancora meglio successivamente, Roberto Rossellini coi suoi sceneggiati televisivi. Cottafavi gira con scioltezza e dirige con grazia gli attori nonostante Volontè, che ce la mette tutta, non sia totalmente credibile come contadino toscano (diciamo che non è questa una delle interpretazioni per cui passerà, giustamente, alla Storia) e forse la durata striminzita imposta dalle metodiche regole televisive non rende giustizia fino in fondo (tagliuzzando molti passaggi) al romanzo di Cassola.

Trattasi comunque di opera se non fondamentale quantomeno esemplare all'interno di un mondo televisivo che da troppi anni ha dimenticato la propria primigenia funzione di servizio pubblico.

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Riassunto del Bot

La recensione analizza 'Il taglio del bosco', mediometraggio Rai del 1963 diretto da Vittorio Cottafavi e interpretato da Gian Maria Volonté. Il film racconta la vicenda di un uomo che cerca riscatto attraverso la fatica fisica dopo un grave lutto. Un'opera dimenticata ma esemplare per stile e attenzioni narrative, anche se non priva di limiti. L'autore evidenzia il valore testimoniale e il sapore autentico dell'opera.

Vittorio Cottafavi

Vittorio Cottafavi (1914–1998) è stato un regista e sceneggiatore italiano, nato a Modena. Attivo nel cinema tra anni ’40 e ’60 e poi in TV, è ricordato per i peplum e per sceneggiati RAI come A come Andromeda e I racconti di Padre Brown; tra i film spicca I cento cavalieri (1964).
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