Notte è un viaggio in posti lontani che la luce del mattino dissolve. È nero inchiostro in un séguito di pensieri versati sul foglio bianco, la coltre che toglie colore e consistenza in ogni vanità. Notte è uno scotch sorseggiato che presto o tardi mi spedirà al creatore.

Poche cose mi rasserenano come il tintinnio dei cubetti di ghiacco in un bicchiere moderatamente agitato. Gli occhi si perdono in quel fluttuare liquido di piccoli iceberg che si consumano gradatamente. Talvolta mi premuro di fare le cose per bene, aggiungendoci un buon corroborante che si concili perfettamente con la situazione e lo stato d'animo. Tipo un bel disco, tanto per cambiare. O come sempre.

La musica nella notte è l'eco del silenzio e la magia che lo rompe.

Alcuni dischi trovano la loro dimensione naturale nei territori notturni, come specie autoctone che vivono in confini tracciati tra il crepuscolo e l'aurora. In questo tempo silenzioso, con un drink in mano e braccato da un'insonnia tallonante, mi concedo spesso a Wayne. Molto spesso a Night Dreamer, come un peccatore che rivela i propri peccati a un confessore che li conosce già. Anche oggi, come quasi sempre, mi sono mantenuto alla larga dalla città, rimanendomene a casa, lontano dalla ressa, dai fighetti coi loro fuoristrada che occupano l'intera carreggiata e irradiano despaciti in ogni dove. Ma anche dai jazz club inondati da personaggi dell'ultima ora con l'impellente bisogno di apparire o farsi vedere a tutti i costi nel posto giusto, quello socialmente consacrato o riconosciuto. La città preferisco osservarla da qui, dove le sue luci scintillanti sembrano quasi un cielo stellato. E poi non sono solo, c'è Wayne. Lui come me non sopporta la frenesia della giungla urbana. E a quanto pare neanche le domande inopportune.

"Quello che voi giovani dovete capire è che abbiamo registrato i nostri dischi per pagarci l'affitto!"

Ma un disco come Night Dreamer non lo fai semplicemente per pagarci l'affitto, no Wayne. Altrimenti per riparare il cane dalla pioggia si potrebbe costruire un tempio dorico, o si potrebbe progettare una navicella spaziale per non far ritardo in ufficio. E no, non regge proprio. Ma ora facciamo un passo indietro, perchè non si può partire dall'epilogo per il primo disco di Shorter per la Blue Note.

Inanzitutto bisogna inquadrare il contesto, il momento storico e quello individuale di Wayne, una fase a cavallo tra la gratificante esperienza d'apprendistato con i Jazz Messengers e quella che l'avrebbe visto protagonista nel grandioso quintetto di Miles Davis. Shorter cala la sua scala reale: McCoy Tyner al pianoforte, Elvin Jones alla batteria, Reggie Workman al contrabbasso e Lee Morgan alla tromba. Per fare un parallelo calcistico di facile comprensione nell'Italia pallonara è come se nella stessa squadra militassero Pelè, Maradona, Zico, Messi e Ronaldo. Tanto talento produce inevitabilmente i suoi frutti.

"Night Dreamer non è bop e non ancora post-bop, ma un bop in transizione".

L'omonima traccia è uno scintillio abbagliante nei movimenti esagitati di ance e ottoni, catechizzati dal pianoforte di Tyner. Shorter scandisce i tempi senza fretta con linee melodiche estese, un suono fluido e straordinariamente diretto. Nel nuovo orizzonte di Shorter i passaggi diventano più semplici, di una semplicità complicatissima. "Qualcosa che è allo stesso tempo leggero e pesante", così descrisse l'apertura del disco in una intervista dell'epoca, una sinfonia in tre/quarti simile ad un valzer che si avventura spavaldo tra tonalità maggiori e minori.

"Oriental Folk Song" e "Virgo" si effondono nell'empireo incoraggiate dall'incedere felpato delle spazzole di Jones, sostenute da una sessione armonica pressocchè scarna, un originale minimalismo che toccherà molte composizioni negli anni a seguire. In "Black Nile" Shorter e Jones sono due corpi che fanno capo alla medesima anima, la sintonia è stupefacente, la sincronizzazione assolutamente perfetta, il fraseggio incredibilmente serrato. Signori, questo è quel che definiamo jazz ‹ǧä∫›. Nel blues muscoloso di "Charcoal Blues" il range delle battute scende un pochetto e il proscenio tanto per cambiare si apre nuovamente su Shorter, e ancora più giù nel range con il mid-tempo di "Armageddon". L'epica lotta eterna tra bene e male prende forma in questa profonda trasposizione musicale considerata da Wayne l'epicentro dell'intero album. I virtuosismi di Shorter si susseguono, si raggiungono e disperdono nuovamente, andando alla deriva verso un'astrazione cosmica.

Night Dreamer è un disco spontaneo, figlio dell'improvvisazione come tutti i dischi jazz, pieno di pathos ed energia, perfettamente bilanciato tra tradizione musicale, sperimentazione e innovazione, perchè nella musica come nella vita tutto muta, per sempre è solo il momento prima. È tutto un divenire.

A proposito, i tre cubetti di ghiaccio sono diventati acqua e il disco da qualche minuto gira sul off trail, in quella terra di nessuno. Mi vien voglia di infilarmi nella giacchetta e filare giù per l'ascensore in qualche bar, ma mi passa subito e riprendo le mie liturgie private, quasi sdegnato per quell'empio pensiero. Tre cubetti per un nuovo scotch e la testina riportata al principio dei solchi, lì dove iniziano i sogni, in un confine tracciato tra il crepuscolo e l'aurora.

That's all jazz.

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