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La paginetta vuota, risultato della mia ricerca, mi ha lasciata perplessa: nessuno si è mai occupato di un suo film (nemmeno del più celebre "I Tenenbaum"), perché? (Non è una domanda ad effetto: attendo risposte). Colgo quindi l'occasione dell'uscita del suo ultimo film "Il treno per Darjeeling" per ritagliare un (meritato) de-posticino a questo regista texano. Vi avviso che sono la persona meno adatta a farlo dato che si tratta del mio regista preferito, quindi non aspettatevi un lucido e professionale articolo critico (che in effetti non sarei nemmeno in grado di produrre), sarà piuttosto una recensione in odor di omaggio.

Il film ci fa entrare nella vicenda dei tre fratelli Whitman riuniti dopo tanto tempo dall'insistenza di uno di loro che li costringe a compiere assieme un "viaggio spirituale" in India. Dico "ci fa entrare" coscientemente, infatti lo spettatore viene piombato in mezzo alla vicenda senza alcuna presentazione dei personaggi (come invece accadeva in modo quasi didascalico ne "I Tenenbaum") e neppure un riassunto di ciò che i fratelli hanno alle spalle, delle ragioni della loro lontananza, delle ragioni del loro bisogno di ritrovarsi. Lo spettatore è un passeggero sul treno che casualmente si ritrova nella stessa cabina dei protagonisti e, come accade nella realtà, avrà modo di capire la loro storia ricostruendola attraverso i particolari che emergono dalle loro conversazioni. Il viaggio è il centro narrativo della sceneggiatura (scritta dallo stesso Anderson assieme agli amici Jason Schwartzman e Roman Coppola) nel quale s'inseriscono, come in tutti i buoni viaggi: amori, imprevisti, momenti di crisi, bizzarri incontri e attimi di profonda vicinanza fraterna.

Prevale la dimensione intima, com'è necessario considerando le ragioni che conducono i Whitman in India: ogni fratello porta con sé un carico di preoccupazioni sentimentali e familiari che avranno più o meno modo di risolversi. Ma soprattutto centrale è la loro famiglia: il rapporto con la madre, il rapporto con il padre, il rapporto fraterno tra di loro. Un altro film di Wes Anderson sulla famiglia disfunzionale, come riportano molte recensioni e articoli a riguardo, in effetti "I Tenenbaum", "Le avventure acquatiche di Steve Zissou" e "Il treno per Darjeeling" formano propriamente una trilogia se si prende questo tema come criterio di raggruppamento.

Se ne "I Tenenbaum" si centrava l'analisi principalmente sui rapporti figli-padre e ne "Le avventure acquatiche" si poneva l'attenzione sul padre (e soprattutto sull'uomo) in una sorta di crisi di mezza età, qui ci si concentra, come già visto, sui fratelli. Ma, per la prima volta, si avverte in modo più marcato il superamento dei blocchi psicologici creati dalla famiglia disfunzionale: "Le valigie di papà non possono farcela" si dichiara simbolicamente e l'abbandono di queste sono la liberazione finale che non si era mai realizzata in modo così chiaro e definitivo nei film precedenti. Inoltre, riguardo alla dimensione intima, è innegabile che tutto nell'opera di Anderson è intimità. Il mondo che lui rappresenta è la sua interpretazione del mondo reale, fatta di colori brillanti, abbigliamento che ammicca all'immaginario anni sessanta, scenografie particolarmente attente alla simmetria, colonna sonora perfettamente integrata alla narrazione (basti pensare a quante volte, specialmente in questo film, vediamo un personaggio che accende la radio con la deliberata intenzione di gestire la propria colonna sonora) in generale un'ambientazione che pare sospesa sopra al tempo storico. Il tempo è sempre indeterminato proprio perché si tratta del mondo di Wes Anderson, creato con l'accurata selezione di precisi elementi del mondo reale combinati assieme. Per questo è sciocco aspettarsi, in questo caso, una rappresentazione realistica (e socialmente impegnata) dell'India: Anderson ci farà vedere un'India colorata (i mercati colmi di oggettini attraenti come giocattoli) e anche drammatica ma sempre poetica.

Intimità anche fortemente autobiografica: esistono realmente tre fratelli Anderson, esiste veramente la mamma archeologa de "I Tenenbaum" (ricordo un'intervista ad Angelica Huston, in occasione dell'uscita del film, che raccontava la sua sorpresa preoccupata quando scoprì la "coincidenza"), ed altre convergenze. Corrispondenze che sicuramente non passano inosservate, tant'è che Anderson si diverte, nel nuovo film, ad inserirne una sorta di ironico riferimento nella ricorrente tendenza all'autobiografia del fratello scrittore (puntualmente smascherata dagli altri due). Per non parlare della costanza con cui il regista chiama a lavorare con sé sempre gli stessi attori (su tutti: Bill Murray e Owen Wilson) e con i quali ha evidentemente creato una sorta di famiglia artistica.

Un appunto più approfondito va fatto per le colonne sonore dei film di Anderson: ricorrono con particolare frequenza i Rolling Stones, i Kinks e anche i Beatles. Una mia (azzardata) ipotesi di interpretazione a riguardo è che si tratti della musica del ricordo dell'infanzia per il regista che quindi ne fa uso abbondante per ricreare l9atmosfera di rassicurante familiarità che ricerca nei suoi film. Questo è un punto che mi sta particolarmente a cuore perché quando casualmente, nel lontano 2001, mi ritrovai in una sala di cinema in cui veniva proiettato "I Tenenbaum" provai un tuffo al cuore vedendo (e soprattutto ascoltando) la scena della liberazione del falco, accompagnata da un riarrangiamento di "Hey Jude": si trattava della musica del ricordo della mia infanzia, da anni dimenticata ma giunta giusto in tempo per salvare i miei 14 anni. E con ciò concludo l'angolino autobiografico che sicuramente avrei potuto evitare ma che in realtà non avrei saputo evitare dato che, come ho dichiarato in partenza, i lavori di Wes Anderson mi coinvolgono profondamente: quando guardo un suo film sento che sta parlando a me, usando un linguaggio che per me è intimamente comprensibile. E credo che ciò sia una cosa piuttosto rara.

Ritornando al film, un ultima nota: la dimensione intima prevale ma non è totale. C'è anche il tentativo, lasciato in secondo piano, di rappresentare un viaggiatore occidentale in un mondo orientale percepito come più spirituale e trascendentale (infatti i protagonisti insistono più volte nel parlare di "viaggio spirituale"), lontano dal moderno materialismo occidentale. Il fratello organizzatore pianifica il viaggio nel dettaglio, una tappa spirituale dopo l'altra, affidandosi addirittura ad un assistente che ha il preciso compito di preparare gli "itinerari del giorno". I programmi saltano puntualmente e l'ostinazione all'organizzare porta a conseguenze sempre più gravi fino a che i fratelli, espulsi dal treno, si ritrovano a vagare in mezzo al nulla ma è proprio grazie a questo imprevisto che avranno modo di compiere il reale salto spirituale. Una critica quindi alla tendenza dell'occidentale (è l'uomo d'affari che compare all'inizio e alla fine) a mantenere ostinatamente la propria cultura anche in un contesto in cui è inaccettabile. Critica che ora sulla carta (telematica) pare banale ma che nel film compare velatamente per chi la vuole recepire.

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