Venghino siòri venghino! Tre Lanthimos al prezzo di uno!

Torna abbastanza presto il regista “genio” greco, dopo il successo mainstream di Poor Thing (2023) Leone d’oro a Venezia e vincitore di 4 premi Oscar...

Torna in accoppiata col suo sceneggiatore storico Efthymis Filippou, e ci propone qualche tipo di gentilezza in un film di quasi tre ore, suddiviso in tre episodi a se stanti ma strettamente connessi tra di loro per tematica, comparto attoriale (in ogni episodio troviamo sempre lo stesso manipolo di attori che interpreta vari personaggi, con la coppia d’attacco Stone/Dafoe reduci da Poor Things), appunto. Anche lo stile registico, l’impostazione della colonna sonora, le atmosfere, sono piuttosto simili tra di loro, coerenti ed omogenee.

Nel primo episodio, un uomo di mezza età, in carriera, è al servizio del suo deus ex-machina, il quale programma letteralmente la sua vita, da anni, in tutto e per tutto, scandendo perfino i ritmi della sua vita quotidiana, l’orario del sonno- veglia, la dieta da seguire, il libro da leggere…

Nel secondo, la moglie di un agente di polizia è una nota oceanografica, ricercatrice. Scompare in mare con la sua imbarcazione ed il suo staff durante una tempesta. Verrà ritrovata ma per il marito non sarà più la stessa moglie di prima, o forse è lui ad essere cambiato...

Nel terzo, una donna abbandona la famiglia per seguire un’improbabile setta dedita al culto della purezza e che è alla ricerca di una fantomatica donna in grado di resuscitare i morti…

Ho un rapporto controverso con questo regista, mi attrae e mi respinge al contempo. La fascinazione nasce per via del fatto che è un regista dell’incubo, à la Lynch, è una cup of tea che bevo volentieri. Inoltre ha uno stile personale, originale, sia come regista che per come imposta il lavoro, per come dirige gli attori. Per le atmosfere, per la capacità di creare un suo mondo, una sua visione, gelida, distopica, morbosa, disturbata, in una parola: scomoda.

Le tematiche che affronta, bene o male, son sempre le stesse: non sono sicuro di averle centrate tutte, sono molteplici aspetti legati ai rapporti interpersonali tra gli esseri umani. Direi l’incomunicabilità, le dipendenze, il sesso senza dubbio, dal quale Lanthimos sembrerebbe ossessionato o perlomeno lo pone al centro dei rapporti umani, non solo come necessario, ma come catalizzatore e per come determina, manovra, stabilisce e scandisce le interazioni umane.

Un altro importante elemento, filo-conduttore dei tre medio-metraggi è il rapporto padrone-servo, soprattutto nel primo episodio, quello che ho preferito di più. Oppure un rapporto di amore (??) che sfocia nella più totale perdita e abbandono di se stessi in favore dell’altro (il secondo episodio, il più malato, quello che ho preferito meno). Ma è l’elemento “dipendenza” che rilevo in modo più rimarcato, dipendenza del già citato sesso, dipendenza dall’altro, dipendenza e/o bisogno psichico e fisico di un’ideale, di una certezza, di un’ideologia, quasi fosse un appiglio per non andare alla deriva. Già, perché è un’umanità alla deriva, allo sbando, quella di Lanthimos, un’inquietudine “inquietante” e perenne, scandita dalle glaciali note di un pianoforte, trait d’union come colonna sonora dei tre film nel film, note angoscianti, secche e stranianti a squarciare un silenzio a preannunciare il peggio. Il tutto circondato da un muro di incomunicabilità, di distanza tra i corpi e le anime degli esseri umani che risultano così in un certo qual modo “intrappolati” nel film e nel loro destino, che appare ineluttabile.

Opera complessa ed ambiziosa, i tipi di gentilezza che affiorano qua e là durante le tre ore, sono spesso bizzarri e chiedono un prezzo troppo alto da pagare. Al di là dei gusti personali, Lanthimos è senz’altro un regista contemporaneo di grande rilievo e, nel campo dell’arte cinematografica, è impossibile non farci i conti. È per questo che, esclusivamente per gli amanti del cinema, A kind of kindness è un film imprescindibile, da vedere per “dovere” più che per piacere, possibilmente in lingua originale.

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