Rispetto a diversi gruppi venuti fuori nel loro stesso periodo, come gli Evanescence, i 12 Stones sono rimasti semi-sconosciuti, soprattutto in quel che riguarda la musica europea. Questo ottimo gruppo ha, per l'appunto, ottenuto un successo straordinario e meritato, negli Stati Uniti, dove ha spopolato dai tempi di "Let Go", una delle colonne sonore del film Daredevil (insieme alle più famose "Bring Me To Life" e "My Immortal" degli Evanescence), e in seguito con l'omonimo primo album uscito nel 2002, insieme a Fallen degli Evanescence (e anche sotto la loro stessa casa discografica, la Wind-up). Il loro secondo album, Potter's Field, rappresenta il momentaneo arrivo di un'impressionante maturazione artistica che avevano già dimostrato con i pezzi precedenti e che, speriamo, venga ulteriormente superato dal loro terzo lavoro in fase di produzione.
Ma passo all'analisi del gruppo e di questo ottimo lavoro. Sembra che la volontà sia stata quella di rendere il loro christian rock ancora più incisivo di quello dell'album precedente, mettendo in rilievo l'abilità dei singoli musicisti, come il chitarrista Eric Weaver che ci regala splendidi riff iniziali e ottimi assoli, o il batterista Aaron Gainer che, svolge un'eccellente funzione di riempimento nel sound del gruppo, con l'uso anche del doppio pedale, che nel primo disco mancava un po'; anche il bassista, Kevin Dorr, lavora molto bene assieme a Gainer per quanto riguarda la linea ritmica dei pezzi. Infine, Paul mcCoy non ha deluso; la sua voce calda e carismatica sembra leggermente in rilievo sulla chitarra rispetto al primo album e i picchi aspri e rauchi tipici del cantante sono più moderati e inseriti nei punti giusti.
"Speak Your Mind", il primo, ottimo pezzo di Potter's Field, spiega subito la linea musicale che il gruppo manterrà in seguito: riff iniziale aspro e sottotono che si apre in un'entrata ad effetto di tutto il gruppo (nella quale spadroneggia Gayner), seguito a breve dalla strofa cantata sullo stesso riff dell'intro. Il pezzo si prende una pausa con il ritornello melodico e piacevole per poi ritornare ai toni iniziali. Molto bello e orecchiabile, nonché sinonimo di buona tecnica, l'assolo che, come la tradizione vuole, è messo dopo il secondo ritornello. Ottima l'idea dello stacco di riposo prima della variazione e del finale, suonato solo da basso e batteria. Infine variazione in crescendo, culminata con l'urlo di McCoy e un finale tutto sommato più tranquillo di quello che ci si aspettava. La pecca del secondo pezzo, "The Last Song" sta nel fatto che sembra meno ispirato del primo pezzo, ma soprattutto che in linea generale gli è molto, forse troppo simile nell'arrangiamento, se non per piccole differenze; anche in questo caso i toni sono piuttosto aspri. "Far Away", invece, si presenta nuova sotto l'aspetto dell'arrangiamento, visto che, esclusa l'intro, è la batteria che comanda sin dall'inizio con un buon giro di tom e la strofa è cantata con la quasi totale assenza della chitarra. Il pezzo riprende la linea classica con il ritornello, ma il giro di batteria ritorna nel corso della canzone. Peccato per la mancanza di un assolo di chitarra vero e proprio perché il pezzo ad un certo punto sembra aspettare solo quello e l'arrangiamento sembra strozzare Weaver nell'atto di inventarsene uno. In ogni caso bello il finale con l'urlo e con Gayner che continua a dominare la linea del pezzo.
"Shadows" è un pezzo di rock con arrangiamento classico. In ogni caso è molto ben suonato e anche orecchiabile. Lo stesso vale per "Lifeless", il quinto pezzo; ma qui e non solo, è ottima l'idea di tratti di batteria suonati con il charleston in levare, per dare l'impressione di non essere mai troppo banali. Pezzi come "Bitter", "Three Leaf Loser" e "Waiting For Yesterday" non vengono a dire niente di nuovo nell'economia dell'album e, pur essendo suonati bene, non fanno altro che riprendere la linea dei primi pezzi. "Photograph", "Stay" e "In Closing" (l'ultimo pezzo dell'album), si presentano invece come pezzi di riposo. Chitarra tranquilla dall'inizio e poca distorsione, che ritorna a tonalità rilassanti e forse un po' banali.
I miei iniziali paragoni con il gruppo degli Evanescence, che considero tecnicamente e musicalmente inferiori ai 12 Stones, vogliono cercare di capire perché tanti buoni gruppi, spesso restano in ombra qui da noi, mentre tanti altri che sono pubblicizzati dai maggiori canali di informazione musicale vengono ovviamente osannati dai più. In ogni caso mi auguro che il loro terzo lavoro sia ancora più completo e maturo e anche che ottenga un maggiore successo qui in Europa. Il massimo dei voti non è raggiunto solo per una mancanza di piena originalità che però, tutti noi sappiamo, diventa più difficile da raggiungere per ogni giorno che passa e per ogni singola canzone che viene composta.