LA RECENSIONE

Gli Abyssian arrivano al 2026 con Let Me Die Under the Stars come se venissero fuori da uno strato più profondo dello stesso abisso che hanno sempre evocato. Qui il doom non è più solo lento o atmosferico: è diventato qualcosa di sedimentato, come roccia bagnata che respira ancora.

Il suono è più compatto rispetto al passato, meno dispersione cosmica e più massa sonora. Le chitarre non “riffano” nel senso classico: scavano. Sono muri lenti, abrasivi, che si aprono e si richiudono come fenditure sotto pressione. La drum machine e la batteria reale convivono ancora, ma non come scelta stilistica evidente: più come due entità che non si sono mai davvero fuse, e proprio per questo funzionano. C’è sempre quel battito non del tutto umano sotto tutto. Rispetto a Godly, qui si perde un po’ di componente melodica “aperta” e si guadagna in densità. I brani sembrano meno scritti per essere ricordati e più per essere subiti. Le linee vocali di Umberto Vono sono meno narrative e più rituali: non guidano, ma evocano. A tratti sembra quasi che la voce arrivi da un livello sotto la musica, non sopra. L’immaginario resta quello classico degli Abyssian — civiltà sommerse, antichi dèi, Nibiru, eco sumere — ma qui non è più una cornice: è come se tutto fosse già collassato. Non stai ascoltando la storia di un abisso, stai dentro l’abisso dopo il crollo. Ci sono momenti in cui i pezzi si aprono, ma non per “respirare”: per farti perdere meglio l’orientamento. Nessun vero climax, poche concessioni. È un disco che lavora più per pressione che per dinamica.

Non è un album facile, e nemmeno sembra volerlo essere. È il tipo di lavoro che non ti chiede attenzione: te la sottrae.

E alla fine resta questa sensazione abbastanza netta: Let Me Die Under the Stars non chiude niente e non apre niente. Semplicemente continua a scavare nello stesso punto, ma un po’ più in basso di prima.

Carico i commenti...  con calma

Riassunto del Bot

La recensione di Let Me Die under the Stars degli Abyssian esplora un disco che affonda nel doom più denso e roccioso. La band rinuncia a melodie immediate per un suono compatto e opprimente, dove ogni elemento contribuisce a un rito sonoro ipnotico. Le atmosfere rimangono oscure e senza veri momenti di respiro, avvolgendo l’ascoltatore in un’esperienza immersiva e priva di concessioni.

ABYSSIAN

ABYSSIAN è un gruppo doom metal dall’immaginario di civiltà sommerse e antichi dèi. Nella loro estetica sonora convivono drum machine e batteria reale; la voce di Umberto Vono si muove in chiave rituale. Tra le opere citate: Godly e Let Me Die under the Stars (2026).
00 Recensioni