Quale vita artistica dopo il punk? Quale possibile per chi, direttamente a London Town, ha contribuito al saccheggio dell'arte, ha stuprato i pentagrammi, ha gettato acido sulle certezze, ha scaraventato olio bollente sugli stili, ha minato bene il campo per quindi assistere alla deflagrazione?
Attivo sulla scena artistico-musicale dal 1975 (anche se il suo primo e sino ad allora unico disco è datato 1979), nel 1980 Adam Ant si rese conto che, distruggendo tutto, il punk londinese aveva in pratica anche distrutto se stesso, come un kamikaze, un uomo-bomba. Anche per Ant le cose stavano pressoché allo stesso modo: McLaren sìera fottuto i suoi Ants per farne un gruppetto pop, la sua manager della primissima ora e grande amica Jordan (commessa al sexy shop della Westwood, nonché icona punk planetaria) se n'era tornata a casa, nel sud...
Nel 1980 Adam ricostruisce la sua band (solo in parte) e soprattutto si convince definitivamente che sia giunto il momento di dare libero sfogo alle sue "ossessioni" musicali: due batteristi, ritmi e cori indioamericani, cori di pirati, urla di guerrieri che si dànno la carica prima dell'assalto...
Questo disco inizia in pieno stile "nuovo corso", con "Dog Eat Dog", una danza pellerossa sulla quale s'alza un giro di chitarra epico. Il cantato di Ant singhiozza ad imitazione dei vocalizzi indiani. Aizza la folla di guerrieri e la prepara alla battaglia. Tra le strofe uno spazio chitarristico durissimo e degli "ooh" bassi ed epici.Parte quindi "Antmusic", un simpaticissimo manifesto programmatico, anzi sarebbe meglio dire uno spot pubblicitario indirizzato a se stesso... Voce squillante,. "hop hop" di gente che fa aerobica, un ritornello di schitarrate e solo di chitarra piattissimo. "Ti vuoi divertire? Ed allora stacca la spina a quel juke box, facci questo piacere: quella musica ha perso il suo sapore... Ed allora prova un altro gusto: Antmusic!"
"Feed Me To The Lions", nasce su un'ottima ritmica e con un incipit interrogativo che fa "Too emotional am I?". Non può fare a meno di metterci in mezzo, per "coerenza" dei cori che fanno "ahe uh ahe uh"... Immancabile, per rendere il brano a prova di cover-band, un assolo di chitarra che non è suonato da Pirroni bensì da Lawrence d'Arabia. Ci si trasferisce nel New Mexico e si trasforma in un ricercato assaltatore di diligenze che ossequia e cita Clint Eastwood, in un riempitivo "Los Rancheros" ben eseguito ma povero d'idee (e quelle poche sono stereotipate al massimo). Preferisco "Cowboy" di Jovanotti. "Ant Invasion" è un rock n'roll dell'orrore: un ritmo di basso che "manovra" il pezzo sotto ad una chitarra impaurita. La caccia alla formica gigante è una tematica delirante per una canzone e per qualsiasi altra cosa. Splendido lo special un po' medievale di un capitano coraggioso "ghiacciatosi" dalla paura; da rimarcare anche l'interpretazione di Adamo il fantasticatore dell'intera terza strofa: un uomo vinto dal terrore. Teatrale episodio riuscito, degno esempio del "nuovo corso" "adamitico".
La title track lancia, dopo un coro nativo nella lingua dell'invasore, su una doppia batteria che emula i tamburi tribali, una nuova canzone-manifesto programmatico. Il cantato e le note del basso sono pressoché identiche, e viaggiano (quasi) parallele. Melodia anglo-medievale su ritmica nativo-tribale. "Antpeople are the warriors, Antmusic is our banner!" grida il leader maximo tra le urla del suo popolo, e poi tutti a ballare coi lupi fino a che non sorgerà il sole: allora sarà arrivato il momento di morire... Che piaccia o no all'ascoltatore di turno, la voce di Ant in questo pezzo è quella di un punkster alla Joe Strummer. Si nota, oltretutto, in questo pezzo più che in altri, quanto buono sia il (post?-)punk a fare da cornice ad esperimenti rock così arditi.
"The Magnificent Five" somiglia ad "Antmusic", ricalcandone gli stilemi, ma non riuscendo a replicarne gli esiti in termini di orecchiabilità. "Don't Be Square (Be There)" sembra quasi disco; probabilmente, per forma e gusto, risale alla sua "vita musicale precedente": riempitivo che ha per ritornello il titolo dello scorso album ("Dirk Wears White Sox", oltre ad essere il ritornello di questo brano ed il titolo del disco precedente, è anche il titolo di una canzone che fu scartata ai tempi del primo disco, e che si trova nella sua edizione DeLuxe del 2004: ma come si fa a fare un disco in cui scarti la title-track?). "Jolly Roger" è praticamente una "vera" canzone da pirati ubriachi pronti a schiacciare la testa d'un uomo con la punta della propria gamba di legno. Bella la fischiettata... Questo non è affatto un connubio tra punk e tradizione/immaginario infantile di Ant: è praticamente una totale scopiazzatura di uno "stile", se così possiamo chiamarlo.
"Making History" parte punk tra chitarre che si graffiano vicendevolmente; diventa un simpatico motivetto "estivo", per quindi perdersi definitivamente con quei soliti -e, all'undicesima canzone consecutiva, inascoltabili - "ohiohioh", che più che un pellerossa, Adam sembra un altoatesino che s'è appena calato una distilleria di grappa. Alla fine il pezzo non decolla mai, anzi sfuma sottoterra in fading. "The Human Beings" è il convincente esperimento finale: inizia in linea con la produzione new wave di quel tempo, e non fa altro che citare i nomi di alcune tribù americane, a ruota continua. Gli esseri umani altri non sarebbero che gli appartenenti (i pochi rimasti) di quelle poche tribù native. Gli altri? Vermi più o meno solitari che uccidono e si uccidono per una cosa insignificante chiamata potere.
Un disco per il tempo molto lungo, che vede all'opera un creativo che di cose da mettere in chiaro (col mondo ma forse anche con se stesso) ne aveva non poche. Nonostante i riempitivi, questo disco brilla ancora per originalità, stavolta non tanto "compositiva" ma "strutturale", "a tavolino", di "scelta di campo": musica epica e/o medievale, "pirateria", tamburi e canti indiani, tutti assieme e tutti dentro ad una struttura pop-rock che "tiene botta".
Lavoro irripetibile per "genuinità" e congiunture storiche, nonché per ardimento dell'autore (ed in effetti il successivo "Prince Charming", nonostante tenterà di seguire il filone, non sarà all'altezza di questo), che diede purtroppo e suo malgrado il là ad una moda pressoché balorda quale il new romantic movement (movimento al quale tutto si può dire tranne che Ant aderì), e che nondimeno condannò l'Europa Occidentale ad uscire di casa con le bandane in testa (anche se a quei tempi non vi era la tecnologia adatta per i trapianti di bulbi), a tatuarsi timoni, sirene, bandiere dei pirati e delfini rosa su tutto il corpo, a camminare col cocorito sulla spalla ed a guardare Portobello in tivù perché c'era il pappagallo; ad indossare bende da guercio, a comprare gli abiti di Moschino, a considerare Moschino uno stilista... Ma soprattutto, e peggio di tutto, ci costrinse a vedere in tivù cantanti come la Bertè o Fiordaliso vestirsi come l'olandese volante alle varie puntate del Festivalbar. Soltanto per questo, dovrei togliere ad Adam Ant almeno una stella...
Ma quasi quasi, visto che sono passati ventisette anni, lo perdono.