Aidan Baker
The Sea Swells a Bit...

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E ci fu una sera in cui il metronomo impazzito del sangue gettò me e la mia adolescenza sul rettangolo di un balcone camuffato da zattera di fortuna. Si addensava un temporale o una tempesta o una bufera e altro dove per "altro" - ora lo so, o meglio credo di saperlo - intendo la soverchiante affabulazione dei simboli in formazione, dei prodromi di istanti privilegiati in cui sarebbe possibile intravedere una realtà diversa o una diversa disposizione della realtà. Quello che stava per coagularsi era un amuleto o un talismano o un filtro che avrebbe vaticinato sentenze, anzi Le sentenze; sarebbero state occasioni che avrebbero riscattato la fuggevolezza conferendole sembianza d'eterno. Anzi, non semplicemente occasioni: Le occasioni.

E proprio questa fascinazione per Le attese e Le aspettative mi avrebbe portato negli anni a cogitare, per esempio, sul tepore dell'alito lunare delle Sibille un attimo prima che esali infidi oracoli o sul batticuore di Perseo alle prese col sibilo serpecrinito di Medusa piuttosto che sulla successiva decollazione della stessa.

"The Sea Swells a Bit..." ovvero un'apologia del loop in tre variazioni sull'onda montante, un mare che - ingrossandosi - arrota gli artigli sugli scogli senza che però venga mostrata la seguente forza distruttrice, un disco composto nel nome di una complessità lineare che si sviluppa in crescendo, in orbicolando o in raggrumando per arrivare alle soglie di uno zenit che giammai viene raggiunto.

Il riff ossessivo, limaccioso e minaccioso della title-track - mantra cavato dalle segrete stanze degli abissi più inesplorati - fa da preludio all'emersione di un relitto di cui non si vedranno mai i contorni precisi e netti, ma solo le incrostazioni di tapeloops opalescenti che lo infestano ed i jazzati ghiribizzi percussionistici che lo sfigurano.

E se nella seconda variazione il tribalismo piano, circolare, ibrido tra una lounge music d'essai e un rito propiziatorio a-là Steve Roach si arresta proprio quando il florilegio di minutaglie elettroniche annuncia l'ingresso dello sciamano di turno, è solo nella terza che il sound si fa più strutturato e denso.

Quando una ritmica esasperante, anelante e compatta - come di For Carnation zavorrati dalla cintola in giù - boccheggia nell'aria satura di sgorbiature shoegaze e rimane impantanata in pozze droniche di grana pesante. Un Sisifo che guardi trasecolato il masso destinatogli da Zeus e non si decida ancora ad iniziare la prima delle sue infinite scalate.

In questo disco Aidan Baker abbandona la heavy way dei suoi Nadja per ricalibrarsi quale scrupoloso aruspice 2.0 che trae divinazioni dalle viscere dei prologhi, degli ante scriptum, del non-ancora-manifesto. Come se gli bastasse levar la lama del pugnale rituale ed osservare le pupille dilatate, le mani irrigidite e la vena al collo gonfia di paura della vittima sacrificale.

Quanto a me, quella sera fui deluso. Quel cielo gravido di presagi aveva partorito il solito, immutabile, trito temporale: vano più che crudele, crudele più che vano.

Ritornai in camera mia inerte e pietrificato.

Un osso di seppia sballottato dalle onde sulla spiaggia.

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