Sempre bella, brava e sexy, la grintosa cantante di Toronto da molti anni in qua è stata prematuramente, e malauguratamente, messa da parte dalla grande scena rock. Per fortuna c'è Internet, in grado di mostrarcela tuttora in buona salute, arzilla e performante: una splendida donna di mezz'età, non rifatta (attualmente, virtù rara...), con le sue rughette e le ciocche di capelli grigi, a fare pendant cogli splendidi occhi grigioverdi.
Nel 1992, anno di uscita di questo suo secondo album, la signora era ancor trentaquattrenne e sulla cresta dell'onda e la copertina ce la mostra in tutto il suo charme, safficamente svestita accanto ad un animale magnifico come lei: massima invidia, allora e ancor oggi, al pensiero del vecchio leone Robert Plant, che in quegli anni godeva delle sue grazie.
Alannah aveva fatto clamorosamente il pieno col disco d'esordio, datato 1989 e contenente il mega hit "Black Velvet", canzone notissima, perfetta e indimenticabile: undici milioni di copie piazzate in giro per il mondo e, in teoria, grande attesa per questa seconda proposta discografica. In pratica invece il business musicale era intanto rapidamente cambiato, in America i grandi manovratori avevano deciso di buttarsi a corpo morto su tutti quelli in camicia di flanella e targati Washington State, emarginando il rock "classico" di questo e di tanti altri lavori consimili.
"Rockinghorse" (per noi italiani "Cavallo a dondolo") ebbe discreto seguito commerciale, neanche paragonabile al predecessore però, con tutto che fosse della stessa qualità se non superiore. La Myles ci riprovò una terza volta nel 1995 ed una quarta nel 1998, vendendo via via sempre di meno e finendo, suo malgrado, per rientrare sostanzialmente nella famigerata categoria delle One Hit Wonder, le entità musicali che in un'unica occasione hanno assaporato il grande successo.
Questo cd ha la piacevole abitudine di farsi trovare, abbastanza facilmente, nei vasconi delle superofferte e delle liquidazioni a pochi Euro: e allora vale clamorosamente il basso prezzo cui è abitualmente proposto. Beninteso, la signora Myles non fa assolutamente pop rock, AOR o roba simile. Fa invece rock blues, tosto, alla... Zeppelin (ci sta proprio, che Plant sia andato in buca con lei...). La sua voce sa essere sempre aspra e penetrante, arrotondandosi solamente nelle rare ballate, che hanno comunque il piglio evocativo della folk song anglosassone (tipico, per i canadesi, tenere un piede ben saldo in Europa nelle loro arti e culture) e non certo la saccarina ruffiana della canzonetta usa e getta.
Molto merito va anche ai musicisti (canadesi, sconosciuti internazionalmente) a quel tempo nel suo gruppo, che innanzitutto davano una grossa mano nella scrittura dei brani, poi erano capaci di circondare la sua voce con arrangiamenti essenziali e di classe, non lesinando con le chitarre acustiche che sono sempre strumenti magnifici, facendo invece moderato uso degli assolo e soprattutto lasciando respirare la musica, senza inflazionarla di suoni.
Le canzoni che mi provocano godimento, fra le dieci dell'album, sono per cominciare "Sonny Say You Will", ondeggiante e potente ballata semiacustica, interpretata veramente col cuore in mano dalla bella e talentuosa mora. Poi la canzone che chiude ed intitola il disco, un blues acustico arcaico alla Robert Johnson, e ancora l'orchestrale e robustamente romantica "Song Instead of a Kiss", lirica sin dal titolo. Lode anche agli urticanti hard rock "Make me Happy" e "Tumbleweed", dove rifulge il temperamento esuberante della canadese.
Da sposare, una così.