Alessandro Baricco
City

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Voto:

Un libro semplice, come può essere un giallo, non richiede mai una seconda lettura. Dogma, Punto. City è un'opera sfuggente, non a pieno afferrabile. La scrittura, veloce, spigliata, ironica, spesso volutamente autoreferenziale e irresisibilmente accattivante, tanto che spesso ci si soprende toccati "al bersaglio grosso" da questa o quella vicenda, salacità, dialogo o assunto pseudo-filosofico contrasta e battaglia con una strutturazione degna di una suggestione prodotta dai pensieri onirici latenti di un Calatrava notturno, ancora frastornato dagli eccessi.

Il leggero eclettismo barocco (pare un'ossimoro, ne son conscio) di, calembour permettendo, Baricco, mai tendente al rococò narrativo o al pout pourri paroliero, crea una moltitudine di suite letterarie, mesciate l'una all'altra, sino a creare un pantagruelico labirinto figurativo, ammiccante quanto basta all'immaginario collettivo del ‘barbaro' di turno, figura moderna, anzi attualissima e feticcio universale del cittadino medio di nuova generazione.

Uno dei pregi che mi par d'obbligo riconoscere alle 319 fitte pagine di carta stampata, epilogo incluso, è il fattore carta-moschicida attivato ancor prima di un pressochè minimo farsi storia nella mente dei lettori della storia stessa, di uno sterile accenno del Demiurgo a plasmare la materia, fresca e ingenua presentataci sotto forma di una breve ed enigmatica telefonata durante la quale affiorano quelle che saranno i personaggi principi del romanzo, gli osservati speciali. Non è esatto identificarle con le personalità di maggior spicco: Gould, l'infante genialoide e Shatzy Shell, la sua giovane governante, non quella della benzina come terrà più volte lei stessa a precisare, son forse oscurati dal punto di vista della complessità e originalità dal docente Mondrian Kilroy, generoso dispensatore di tesi esistenzial- filosofiche gratuite a coloro i quali abbiano la benevolenza di prestarsi all'ascolto.

‘Allora, signor Klauser, deve morire Mami Jane?'- Che vadano tutti a cagare. - E' un sì o un no? - Lei che ne dice?                                                          

Amore a prima vista. Difficile separarsene. ‘City' è una vera e propria calamita, un gingillino innocente all'apparenza, rivelatosi bomba atomica se affidato nelle mani giuste, cioè posto sui comodini dei lettori adatti a capirne l'originale unicità. L'autore, esperto lettore e astuto creatore di mondi fantastici, la tattica la conosce fin troppo bene, tanto da istituzionalizzarla in prassi, a ergerla a stile peculiare.  È facilmente riscontrabile una tendenza pedissequa nel render codificabile  alla personale claque letteraria, forme scrittorie, ritmi narrativi, situazioni paradossali finto-avanguardistiche, locuzioni giovanili, addirittura la creazione sbarazzina, derivanti da voci verbali elise, di termini come ‘nondire'.  E i fruitori del romanzo a cui il Baricco sembra far riferimento sono le nuove generazioni, gli under 30, gli alfieri del ‘multitasking', i bardi di Gem Boy, Internet e McDonald, dell'assenza letteraria, ovvero della mancanza pressoché totale di libri nella propria quotidianità, dei paladini dello svecchiamento, tanto simili a dei Futuristi degli ‘00 (quanto inconsapevoli dell'esistenza dei loro ipotetici predecessori), prevedendo a buona ragione, una strenua difesa di costoro (dei giovani lettori, non di Marinetti & co) nei suoi confronti alle aspre perplessità (piovute dalle) alte cattedre universitarie o (degne di) nobili penne affette da purismo.

E son e saranno proprio costoro, secondo l'acuto disegno dell'autore ad accettare la volontà sperimentatrice (credibile o meno, sarà il diritto alla critica individuale a stabilirlo) emergente dalla carta, le coinvolgenti pulsazioni  anticonvenzionali, senza storcere troppo il naso davanti ad un passo palesemente ispirato a Salinger o a una frase presa con leggerezza in prestito dalla lunga tradizione degli scrittori d'oltreoceano Beat, proprio perché ignoranti dei termini di paragone da cui la loro nuova icona senza macchia avrebbe impunemente attinto. Non me la sento fino in fondo di definire il romanzo in questione uno svago per beoti impegnati in un'attività anti-intellettuale ma, invece un prodotto valido nel suo insieme, e a tratti davvero imperdibile, per tutti coloro si spoglino metaforicamente di pretese intellettive d'elevata risma o abbiano la pazienza di soprassedere a costruzioni ruffiane e soluzioni smaccatamente underground.

Permettendomi un paragone d'haute couisine, City è come una cena di luculliana memoria durante una serata di Gala, nella quale  non mancano pregiate pietanze e libagioni. Tutto normale, tranne che queste vengan servite in accomodanti piattini di plastica e la sala addobbata con festoni e palloncini dal gusto dubbio. E allora non ti resta che mangiare, gustando le invitanti leccornie, accompagnando lo champagne alla bocca con un senso di stranezza,come se qualcosa non quadrasse, gettando ogni tanto una furtiva occhiata all'altro capo della tavolata, in modo da sondare la situazione e se il tuo sentore è condiviso dai commensali.

Fin da piccoli, nel nostro cervello alberga la capacità di confrontarci con storie, racconti o filastrocche desumendone un significato, una chiave di lettura. Una soluzione al problema. Ed è in noi innato il bisogno di tentarla sempre, la ricerca del fine. Leggendo City, pare non succedere: son bastanti le prime righe a farci dimenticare la voglia irrefrenabile di trovare un perchè al prodotto hic et nunc analizzato, a liberarci almeno per un attimo dell'alto senso umano. Si abbassa quindi per una frazione di secondo la guardia e zac! senza nemmeno il tempo di sfoderare le armi della critica letteraria, del buon senso, dello snobismo intellettuale ci troviamo come storditi da un pesante jab del pugile Larry ‘Lawson' Gorman, realistica figura nata dall'immaginazione del giovane Gould durante le ‘sedute' in bagno. Attimi d'appannamento e sguardo vitreo annessi.

O se preferite freddati da una fatal pallottola partita dall'arma del pistolero Bird, indiano oramai guercio e stanco; anch'esso chiaro esempio di meta-personaggio, dovendo i natali a Shatzy, la quale da vita ad uno western dai tratti Leoniani che scorre lucido per l'intera durata del libro,rimandando l'imprevista fine. Impantanati nella palude di parole scorrevoli e discorsi diretti al vetriolo, consapevoli che ogni tentativo di uscirne complicherebbe terribilmente la faccenda, facendo salire il livello della fanghiglia al di sopra della cintola. Quel che pare paradossale, è che trovarsi praticamente sommersi nella melma fino al collo, ci procura un certo divertimento. Tutto ciò, in buon nome del piacere e del disimpegno innocente.

Dimentichi del tempo trascorso senza sconti sul cartaceo desco imbandito, Ci si alza da tavola, pardon, ci si stacca dalla lettura, sazi, appagati e un poco straniti. Con la consapevolezza di desiderare ancora un'altra porzione di quel dolce così esaltante.  

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