Buio. 

Un lamento in lontananza. Crescendo. 
Tamburi, l’inesorabile incedere della morte. Sfumata.

"Io son di tutti voi signora e padrona", la calda voce del menestrello. La morte è inevitabile, e così sono crudele, così forte sono, e dura. Talvolta attesa, sicuramente incombente.

L'arpicordo. Danza. "Vieni, posa la falce e danza con noi, sei l'ospite d'onore del ballo che per te suoniamo".

Angelo Branduardi ci regala questa danza medievale di grande fascino in apertura di quella che è, a mio giudizio, la sua opera migliore: uscita nel millenovecentosettantasette per la Polydor nella sua nuda copertina, “La pulce d’acqua” rivelava entro sé nove disegni, nove spaccati di altrettante fiabe.
E “Ballo in fa diesis minore” non è che superba introduzione ad un mondo ove latente malinconia ed effimera gioia legano assieme, cucendo trame ora dolci ora crudeli, colorati caleidoscopi di storie e personaggi raccontate dall’acqua, fonte di vita e morte, di angoscie e gioia.

Molto più che uno scontato chiasmo poté il menestrello, con la fedele presenza dei suoi musicanti. Non gioverebbe un’analisi con la testa, tutt’altro. Questo è il grande regalo di Angelo: una musica che arpeggia il cuore e muove i sensi come i crini pizzicano quelle corde sulla sua spalla. E allora chiudi gli occhi, e comincia ad ascoltare…

Odi il mare? Le onde che si dissolvono in cristalli sugli scogli, bagnando i piedi della donna che aspetta in pena? Siedi serena e aspetti il tuo uomo, che torna domani se il cielo vorrà. La voce calda, lenta e dolce, sembra quasi consolare la malinconica donna, che guarda il mare in attesa del suo marinaio. Lei non perde la speranza, tornerà, l’uomo che amava non mentiva mai. Ma molte ombre – arpeggio stupendo - vengono perse nell’acqua, sovente rubate: un uomo senza ombra è malato, mosche e serpi che ha schiacciato – incedere incalzante - non lo perdoneranno. E allora devi a lungo cantare per farti perdonare; e la pulce d’acqua, che lo sa, l’ombra ti renderà. Violino da brividi. Ma tu tremi dal freddo, guarda come è pallido il volto che hai, sembra tu sia fuggita dall’aldilà… Il sitar è un lamento osceno. Quella che anche a te la vita rubò, è lei, la bella dama senza pietà.   La voce è straziante, nemmeno un uccello osa cantare. Quando al mio fianco lei poi si appoggio, io l’anima le diedi ed il tempo scordai. Perfino le acque del lago stanno ferme, consce del dolore della donna che diede loro vita. Ma il potente stregone, roso dall’ira e dall’amore, da sempre veglia su esso dalla bianca torre. Di lei avrebbe fatto un albero fiorito e l’avrebbe guardato fino a quando non fosse appassito.

Crudele, la vita: perfino una lepre venne tradita dai suoi stessi amici all’arrivo del vecchio, mentre spensierata correva per i prati. Ora gioca sulla Luna; vecchia fiaba triste, eventi della notte dei tempi: forse lo raccontò un poeta di corte, dolce con la cetra ed impietoso di bocca. Lo senti? È arrivato il granchio: alla sua bocca aspetterà di potere con l’ultimo respiro rubargli l’anima. Sublime lamento dei musici, una sola volta non basterà che l’avvoltoio divori il mio corpo per far tacere per sempre il mio cuore.

Il cuore ora è quello di un uomo lasciato dall’ultimo suo fiore, alle soglie dell’inverno. Lei era la più bella che avessi visto mai. Mi disse: “devo avere quelle ciliegie, perché presto un figlio avrò”. Le risposi di chiedere al padre di suo figlio, e solo a lui il ramo più alto chinai: il padre di suo figlio così l’accontentò. Felicità, per una volta, ma alla gioia v’è sempre il contraltare della disperazione. Da tre notti non riposo, resto ad ascoltare: è la vipera che soffia, che soffia presso l’acqua. Piange il giovane la bella sposa, allontanata da lui e rubata con l’inganno in un cantato da brividi. Il suonatore si girò: fece un solo passo, poi gridare la sentì nell’acqua che la soffocava.

Buio.

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