Arthur Penn
Alice's Restaurant

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Voto:

Alice's Restaurant è il sesto film di Arthur Penn, cineasta eclettico e fondamentale per il lavoro sui generi nella Hollywood che si approcciava alla sua "nouvelle vague". Nonostante tanti titoli di assoluto valore, uno stile asettico e aemozionale ma innovativo, Penn è vissuto all'ombra dei tanti altri (grandi) nomi venuti fuori nell'America registica a cavallo tra '60 e '70. Proprio in questo tempo di mezzo (1969) arriva "Alice's Restaurant". Un film che nasce da una idea non convenzionale: è direttamente ispirato all'omonima canzone del folksinger Arlo Guthrie, figlio del più famoso e importante Woody. Il quarto d'ora abbondante nella lunga canzone di Arlo, diventa il mood sul quale si muove il film di Penn, che racconta con le immagini la lunga storia che il cantautore aveva cantato con parole e chitarra.

E' molto complicato ingabbiare tale pellicola in un genere, cosa spesso difficile per tanti lavori di Penn. Più che sullo "schema" Penn si sofferma su uno sguardo d'insieme che egli aveva già utilizzato con altrettanto acume critico e sociologico nello splendido "The Chase" (La caccia, 1966): in quel caso si soffermava a sbeffeggiare la borghesia americana e il suo falso moralismo, l'insita voglia di giustizia privata del popolo americano e il suo rifiuto della legge come regolatore sociale, nonchè il profondo ed endemico razzismo dei bianchi. In "Alice's Restaurant" la lente d'ingrandimento finisce su un preciso mondo, quello hippie della fine dei sixties: in perfetta coincidenza, il film esce a due giorni di distanza dalla chiusura di Woodstock, punto massimo e forse fine del movimento hippie in America. Penn racconta il mondo di questa piccola comunità hippie del Massachusetts che si divide tra la chiesa sconsacrata diventata loro rifugio e il ristorante di Alice, dove "puoi avere quello che ti pare, tranne Alice". Il racconto mescola musica e dramma, ilarità e piccole gag, sguardo da simil documentario e il solito approccio di Penn che tende a raccontare senza sovrastrutture emozionali. Manca una vera struttura filmica. Si passa da Arlo che va a trovare suo padre Woody malato in ospedale, magari cantando per lui insieme a Pete Seeger, ad un racconto fatto di povertà, droga e disillusione, dove si rifiuta il Vietnam come luogo per "servire la patria", sull'onda lunga del clamoroso rifiuto (seppur diverso) di un gigante dello sport e della storia come Muhammad Ali.

Come Penn ha sempre fatto nel corso della carriera, quì "gioca" con i generi semplicemente diluendoli nel film, che non è nulla che possa essere inserito in uno schema preciso. La destrutturazione avviene anche per quanto riguarda l'andamento stesso dell'opera, dove non esiste un reale punto di inizio e fine. Al di là di queste forzature di indeterminatezza, "Alice's Restaurant" sembra avere una sorta di sguardo profetico sul mondo hippie a venire. Solo quattro mesi dopo si tenne il concerto di Altamont, quello che doveva essere il secondo capitolo dell'epopea vissuta a Woodstock e che invece sarà ricordato per gli incidenti, le risse e l'accoltellamento e la morte del giovane afroamericano Meredith Hunter. Per molti è la fine del sogno hippie, già profondamente minato dal sangue di Cielo Drive, con tutto ciò che i media imputarono al mondo hippie dopo il massacro di Sharon Tate ad opera della setta di Manson. Il lungo piano sequenza con cui Penn chiude il suo film, l'inquadratura in campo medio con cui riprende Alice vestita da sposa che sembra guardare verso il futuro, è come lo sciamano che ha visto la fine, in qualche modo anticipata da Arlo che abbandona i suoi amici per veleggiare sul suo furgoncino Volkswagen. Un finale meno cruento di quello che nello stesso anno veniva portato sul grande schermo da "Easy Rider", ma stesso concetto: il sogno è finito.

7,5

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Commenti (Due)

Pinhead
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Belli, film e recensione.
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lector
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Amo Penn ma questo film è invecchiato male (per me).
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Hellring: In parte è vero, ma è soprattutto legato ad un preciso momento della storia americana che a rivederlo oggi lascia poco e paga anche lo stile freddissimo di Penn.

Ocio che non hai mica acceduto al DeBasio!

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