In attesa del nuovo "Twilight Of The Innocents" in uscita a luglio (e già anticipato dai singoli "I Started A Fire" e "You Can't Have It All"), soffermiamoci sugli Ash targati 2004, che proposero un buon disco battezzato "Meltdown". L'album rappresentò una decisa sterzata rispetto al precedente "Free All Angels", dominato da sonorità pop (non a caso il disco dell'esplosione internazionale dei quattro, con hits del calibro di "Burn Baby Burn", "Candy", "Sometimes" e "Shining Light"), e propose invero una maggiore aggressività delle chitarre e un impatto sonoro più potente unito a una minore ricerca del ritornello ad effetto (quest'ultima caratteristica, onestamente, non è -come vedremo- del tutto svanita). Oltretutto, questo è l'ultimo lavoro del gruppo irlandese in compagnia della brava e bellissima chitarrista Charlotte Hatherley, ormai lanciata come solista (dopo l'esordio di un paio di annetti fa, "Grey Will Fade", è appena uscito il suo nuovo solo-project "The Deep Blue") ed uscita definitivamente dalla line-up dopo dieci anni.
La title-track, nonché opener, inaugura il disco con una bella mazzata di chitarre aggressive ed un testo non di certo zuccheroso ("Revolution/we're the solution"), e ci introduce al primo singolo "ufficiale", la frenetica "Orpheus" (il primo estratto, unicamente in download, fu "Clones", altro pezzo very-aggressive). "Evil Eye" riesuma la vecchia, cara ricerca del pezzo pop-rock perfetto che ha impegnato gli Ash per una decade: la canzone e quella del lotto che più ricorda le "vecchie" sonorità. "Starcrossed" è una ballata elettrica molto radiofonica, non a caso un piccolo classico del gruppo. "Out Of The Blue" ha la sola pecca di non possedere un ritornello particolarmente incisivo, ma si lascia ascoltare. Utile invece soffermarsi su "Renegade Cavalcade", che inizia con un intro vagamente minacciosa per esplodere in un vortice di chitarre e un refrain iper-melodico marchiato a fuoco Ash (da sentire col volume a manetta il bridge, veramente aggressivo ed incisivo). "Detonator" vira leggermente su sonorità spolverate di hard rock fine anni '80, ma mantiene il marchio di fabbrica dei quattro irlandesi. "On A Wave" si può cassare come riempitivo, mentre "Won't Be Saved" è l'altro pezzo pop-oriented dell'album; le due canzoni ci introducono al finale di "Vampire Love", in cui si sente l'influenza metal (peraltro dichiarata) che allora colpì il gruppo, fra giri di chitarra frenetici ed un assolo invero un po' esagerato, ma indubbiamente valido ed efficace.
Un disco che mantiene una qualità di scrittura medio-alta, ma che non possiede picchi qualitativi particolarmente alti; rimane comunque l'abilità degli Ash nel confezionare dischi piacevoli e, come in questo caso, obiettivamente divertenti ed incisivi. Alla prossima.
La virata verso un rock più duro e corposo si rivela uno specchio per le allodole.
Meltdown è un disco che a malapena si guadagna quelle tre stellette che do per pura stima.