La Norvegia è praticamente in stato di grazia. Ha dominato le Olimpiadi invernali e la sua Nazionale di calcio si è qualificata brillantemente ai prossimi Mondiali (vantando nelle proprie file l’attaccante attualmente più forte del mondo), e come non citare il sorprendente Bodø/Glimt che ha le carte in regola per diventare una favola calcistica da ricordare. Ma sotto l’aspetto musicale la scena norvegese offre già da molto tempo qualità e varietà. Soprattutto nel metal e nel prog sono tantissimi i gruppi da citare, vi è una scena assai fiorente.
Una mia scoperta recente proveniente da questo paese nordico sono gli AVKRVST, il cui nome sarà impronunciabile ma la proposta è invece ben decifrabile, anche perché a dire il vero non portano una grandissima ondata di freschezza, solo solidità e competenza; è per questo che ero un po’ titubante nell’avventurarmi nel loro mondo ancora tutto da costruire. Sono comunque piuttosto bravi nel gestire il loro modesto mix di influenze.
Un po’ Opeth e un po’ Riverside, basta metterla giù così per inquadrare gli AVKRVST. Degli Opeth troviamo essenzialmente il mood nordico, quello da giornata grigia e nebbiosa ma a volte anche soleggiata, in ogni caso malinconica; lo risentiamo nelle chitarre pulite, sia elettriche che acustiche, nei mellotron ruvidi e sbiaditi dal tocco vintage (chi ci sente gli Anekdoten non si sbaglia affatto), diciamo che suonano come gli Opeth nelle loro vesti più soft, ma per coerenza, ogni tanto, ci buttano anche qualche growl copiato tale e quale, e direi che non ci sta affatto male. Dei Riverside prima maniera invece troviamo i momenti più duri, quelli che vorrebbero atteggiarsi a metal ma in realtà non lo sono, le parti di organo distorto, i soli di synth aspri, i brani dall’atmosfera ampia e dilatata, il basso prominente e metallico. Se poi volete buttarci dentro pure una spruzzata di Porcupine Tree seconda maniera non vi sbagliate di certo eh.
Nel 2025 è uscito il loro secondo album, “Waving at the Sky”, che personalmente considero un passo indietro e avanti allo stesso tempo rispetto al primo. Indietro perché ha atmosfere meno dilatate e meno approfondite, nel primo vi era una maggiore profondità melodica e atmosferica. Ma è allo stesso tempo un passo avanti perché rivela un lato più diretto che nel primo lavoro mancava, e in tutta onestà, per un gruppo prog mostrare di avere una versione meno complessata di sé vuol dire essere avanti, altro che indietro. In più, così facendo, si offre un maggior contrasto all’interno dell’album, con i brani più diretti ben alternati a quelli più profondi.
Nel primo insieme inseriamo di diritto la strumentale introduttiva “Preceding”, la successiva “The Trauma” e la meno brillante “The Malevolent” (cantata da Ross Jennings degli Haken, che ho sempre considerato un cantante sopravvalutato ma che a quanto pare piace abbastanza da essere di tanto in tanto chiamato per collaborazioni esterne); sono brani che fanno del loro punto di forza la ruvidità graffiante, scandita da un ispido connubio chitarra/basso, ma che hanno anche delle aperture melodiche che lasciano il segno, quando queste arrivano l’atmosfera grigia si fa assolutamente luminosa.
Nella seconda categoria invece si colloca “Families Are Forever”, con il suo ritmo tenue e oscillante, le sue chitarre soffici e accarezzanti e le sue tastiere grigie ma brillanti allo stesso tempo. “Ghosts of Yesteryear” è la canzone nordica e nebbiosa perfetta; ha uno schema piuttosto preciso, prima ti colpisce con durezza, con chitarra, basso e ritmo sostenuto, poi si calma e ti accarezza con i suoi mellotron densi e suggestivi, ti porta nel cuore della nebbia e te la fa respirare a pieni polmoni, per me la migliore dell’album. E che dire di “Conflating Memories”, un brano che all’inizio potrà sembrare leggerino ma che con gli ascolti viene fuori in maniera impressionante, cupo e moderatamente sofferto nella prima parte, poi più sgargiante ma sempre piuttosto notturno nella seconda frazione, con chitarre sognanti accompagnate da luminosi tappeti d’organo. E poi c’è il brano lungo e dilatato per bene, lento ma denso nella prima parte, movimentato nella seconda fra chitarre energiche, passaggi synth spigolosi e organi pungenti, fino alla dissoluzione finale con reprise della prima traccia; un brano che ricorda i Riverside più complessi e pretenziosi, quelli ad esempio di composizioni come “Second Life Syndrome” o “Escalator Shrine”.
In conclusione non siamo di fronte a nulla di rivoluzionario ma abbiamo comunque una validissima rappresentazione del prog del Nord Europa.