Anno: 1989
Località: Svezia
Artista: Bathory
Album: Hammerheart
Dopo avervi presentato un piccolissimo sunto di ciò del quale sto parlando, direi che si può iniziare la recensione. I Bathory, una delle più longeve nonchè importanti metal band del mondo, dedite al più oltranzista black metal in circolazione a cavallo tra gli anni '80 e '90, tornarono sul mercato nel 1989 con questo "Hammerheart", forti di una prova quale "Blood Death And Fire"; la decisa virata verso suoni più gradevoli e meno violenti divise pesantemente la schiera di fan che il nostro Quorthon era stato capace di attirare a se con album come "The Return..." e "Bathory", infatti sia tematiche che schemi musicali assieme alle musiche vennero completamente stravolte.
Il disco qui recensito, rappresentò allora una vera e propria novità, che aprì (sfortunatamente) la via a tutti i gruppi epic/viking oggi in circolazione; l'album si presenta molto semplice, quasi spartano, ricco di idee e belle canzoni: queste formate sempre da una struttura molto lineare, e prive di una qualsiasi evoluzione tecnica, ed è proprio questo il punto di forza dell' album: il suo essere diretto.
I suoni glaciali e nordici si ripercutono dunque in tutte le canzoni, che sono un misto di sano epic di matrice americana mischiato con le fredde ritmiche del black scandinavo. La forte tradizione pagano/vichinga alla quale il vocalist, nonchè mastermind del gruppo, Quorthon si ispira, pervadono le lyrics di tutte le traccie, che risultano così essere dei veri e propri inni alla cultura nordica. L'album si apre con la mastodontica "Shores In Flames", la quale dopo un atmosferico intro con tanto di onde infrante sulla spiaggia, comincia con un arpeggio di chitarra elettrica, al fine di far poi decollare la track: un' esplosione di energia e violenza, nella quale la sgraziata voce di Quorthon fa da padrona, conducendo, grazie anche ad una melodia particolarmente convinciente, magistralmente l'intera song; 11 minuti di purissimo viking vi travolgeranno, trasportandovi nelle gelide terre nord-europee. La successiva "Valhalla", si muove su coordinate simili a quelle della precedente canzone, con spunti sfruttati ancora meglio, se possibile: i larghi e lenti riff di chitarra, ma anche le ritmiche rocciose, fanno di questa canzone una delle vere perle del disco. Quorthon ancora una volta risulta essere particolarmente poco tecnico nelle parti vocali, ma proprio per questo estremamente teatrale e tagliente. Un intro batteristico ci conduce alla granitica "Baptised In Fire And Ice", canzone estremamente easy, ma non per questo meno bella delle altre; la grande linearità e melodicità della traccia, vengono spesso spezzate dalla rauca voce del vocalist, che questa volta non svolge un lavoro pregevole, ciò nonostante la canzone si lascia ascoltare con molto piacere. Gloriose tradizioni sono al centro di "Father To Son", altro grande pezzo firmato Quorthon. La canzone condotta da un oscuro riff di chitarra, è sicuramente una delle più personali e passionali del disco. Le bellissime lyrics (storia di un padre che narra al proprio figlio le tradizioni del popolo), fanno inoltre di questa traccia un vero e proprio gioiello. Splendido il chorus. Un arpeggio di chitarra classica apre invece la breve ma toccante "Song To Hall Up High", pezzo delicato che triste, che può essere considerata la ballad dell'album: splendido il modo in cui Quorthon, accompagnato da un delicatissimo coro, conduce le linee vocali di questa gemma. Arriviamo così a "Home Of Once Brave", canzone aperta da un corposo riff, accompagnato dalla rozzissima voce di Quorthon, che non riesce però a far diventare interessante un canzone un poco scontata, che pur non brillando non risulta essere neanche particolarmente brutta. Si passa così ad un altro classico Bathory: "One Rode To Asa Bay", track aperta da un coro accompagnato da un arpeggio di chitarra elettrica. Questo è sicuramente l'episodio che riassume alla perfezione la nuova anima del gruppo: un' ondata di emozioni e pura epicità vi travolgeranno mentre sarete all'ascolto di un estremo capolavoro vichingo di tale portata.
Il disco termina così, lasciando al mondo un vero capolavoro di musica, irripetibile ed imperdibile, che getterà le basi per tutti i dischi viking a venire.
‘Hammerheart’ può essere visto come un concept album incentrato sulle usanze e i costumi degli antichi vichinghi.
‘One Rode To Asa Bay’ è quasi palpabile nella sua rabbia e odio verso il cristianesimo, causa della perdita delle tradizioni vichinghe.
Un lavoro che musica i miei sogni, che concretizza le visioni di una civiltà antica verso la quale nutro amore e rispetto.
Suoni che fagocitano riempiendo il cuore di melodie vorticose, innalzate nei plumbei cieli nordici dal chorus pregevole, epico, poetico.