Benjamin Britten
The Turn of the Screw

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Una roba dell'altro mondo, un po' in tutti i sensi. questo, più o meno, è stato il primo, rudimentale pensiero della mia mente estasiata, eccitata e in subbuglio al temine dell'ascolto di questo capolavoro di quel gigante solitario che era Benjamin Britten. Nè avanguardia nè retroguardia, semplicemente una somma cultura musicale da cui deriva un'altrettanto somma musicalità, una ricerca stilistica complessa ma sempre al servizio della melodia e un angiscioso, sporco, volutamente indefinito dramma psicologico. The Turn of the Screw è un'opera cameristica; vale a dire con orchestrazione ridotta e teoricamente destinata a palcoscenici più "intimi", anche se la prima (1954) fu alla Fenice di Venezia, non certo un piccolo teatro, e a tutt'oggi rimane, insieme al Peter Grimes, molto più relativamente "convenzionale", l'opera più celebrata e più rappresentata del più grande operista britannico di sempre.

Basata sull'omonimo romanzo di Henry James, pesantemente editato e riveduto dalla librettista Myfanwy Piper, The Turn of the Screw fà largo uso di temi ricorrenti legati a situazioni e personaggi, soluzione già ampiamente utilizzata da Wagner, Strauss e tanti altri, ma nel contesto di una struttura "spezzettata" in scene di breve durata, che generalmente si esauriscono in pochi minuti e divise da ancora più brevi passaggi strumentali, fatta eccezione per i tre momenti cruciali del dramma. Britten quindi trova un'efficace sintesi dialettica tra forma aperta e chiusa, ottenendo così la subliminalità della prima e l'efficacia drammatica della seconda; struttura perfetta per un'opera il cui fascino ambiguo e sinistro stà più in ciò che viene taciuto, alluso, nascosto fra le righe che in quello che invece è mostrato apertamente. E il simbolismo di TTOTS, così apparentemente ovvio, è talmente occultato tra allusioni, vaghezze e passaggi criptici che al termine dell'ascolto si rimane con più domande che all'inizio: dato che il fulcro del dramma verte sul rapporto tra Miles e Quint, che ruolo ha di preciso la sottotrama parallela tra Flora e Mis Jessell, la cui relazione è ancora più vaga e indefinita? E Qual è l'esatta dinamica nel rapporto tra i due spettri, Quint e Miss Jessell? E, questo è forse l'interrogativo più cruciale, quanto peso hanno le benintenzionate pressioni dell'istitutrice nella tragica conclusione della vicenda? Personalmente, mi sono fatto una mia idea: forse la corruzione dell'innocenza, comunque la si voglia intendere, che apparentemente sembrerebbe il tema centrale dell'opera, è un'ennesima falsa pista. Forse Quint non è altro che una personificazione dei lati oscuri, o semplicemente più "anormali" o percepiti come tali insiti in ogni persona, fin dall'infanzia, e la morte di Miles potrebbe simboleggiare che l'imposizione pedagogica della "normalità" porta all'impoverimento e alla distruzione della personalità; quindi, secondo questa interpretazione, l'agente corruttore non sarebbe Quint ma bensì l'istitutrice. Just my 2 cents.

Ma, per fortuna, The Turn of the Screw non è solo un enigma su cui spremersi le meningi, è soprattutto una magistrale, spettacolare dimostrazione della genialità del suo autore, che qui mette in mostra grande eclettismo e ancor più grande sensibilità drammatica; ne risulta un'opera irrequieta e imprevedibile, grazie anche ad una strumentazione oculatamente selezionata: archi, flauti, arpa, pianoforte, celesta, percussioni molto enfatizzate in alcuni momenti e ottoni quasi inesistenti, un mix perfetto per creare un suono teso, nervoso, spettrale, privo di quella muscolarità e concretezza tipiche di qualsiasi opera con un'orchestrazione tradizionale. E in questo, contribuisce in modo determinante anche il cast vocale: tre soprani, due voci bianche e un solo tenore, peraltro una parte decisamente atipica in ogni possibile aspetto. Interessante il contrasto vocale tra i due ruoli spettrali, Miss Jessell e Quint; la prima è una classica parte da soprano drammatico, annunciata nelle sue entrate in scena da secchi colpi di gong, il secondo, come quasi tutti i protagonisti maschili britteniani, è stato scritto per Peter Pears, e può essere interpretato solo con quel tipo di impostazione vocale: nasale, insinuante, vocalizzi alternati a passaggi secchi, più da attore che da cantante; dopotutto la dimensione cameristica era l'habitat naturale di Peter Pears, e questo è sicuramente uno dei motivi principali per cui Britten si è più volte cimentato in questo tipo di composizione. L'istitutrice invece è quasi una "fotocopia" di Ellen Orford nel Peter Grimes, anch'essa un'insegnante, animata da buone intenzioni, che alla fine fallisce nel suo intento; rispetto a Ellen è una parte più estesa, più introspettiva e più ricca di passaggi drammatici, ma di base anche la qualità vocale richiesta è identica, vale a dire un timbro da soprano lirico-spinto ricco di dolcezza e melodiosità ma al tempo stesso dotato di una certa potenza e temperamento.

Tra i tanti, spiazzanti colpi di genio offerti da The Turn of the Screw, come non citare "Malo", l'ipnotica e straniante nenia di Miles, il cui vocalizzo arabeggiante rimanda direttamente al richiamo di Quint, suo demone persecutore o forse segreto subconscio, a seconda dell'interpretazione dell'ascoltatore. E la "gran scena" che chiude il primo atto,in cui gli spettri chiamano a sè i bambini, con quelle armonie vocali malate e seducenti, il duetto Quint-Miss Jessell, la scena più oscura, decadente e soprattutto criptica dell'opera, il finale, con quella melodia ariosa, elegante, di impostazione squisitamente straussiana, che và a disintegrarsi nel confronto tra l'istitutrice e Quint, con Miles che cade, vittima del "fuoco incrociato". Sublime efficacia drammatica, che si risolve con l'istitutrice che intona "Malo", trasformandola in un intenso, accorato lamento. Questo artificio (chiudere con un tema già introdotto precedentemente) è tipicamente britteniano, già sentito nel Peter Grimes, e anche stavolta funziona magnificamente. Insomma, con The Turn of the Screw Britten estremizza molti dei suoi stilemi compositivi e tematici, senza perdere contatto con il suo stile originale, ed il risultato lo potete valutare voi stessi; semplicemente, uno dei più bei doni elargiti all'umanità da questo umico, inimitabile genio creatore.

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Commenti (Tre)

Mr Wolf
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Peccato che questa bella recensione non sia stata molto frequentata. Di classica conosco poco, per non dire pochissimo e di Britten conosco un po' solo la "Young Person's Guide…", la "Simple Symphony" e "Theme of Frank Bridge" che mi piacciono moltissimo.

Jdv
Jdv
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Recensione a dir poco professionale..hai messo il cuore in quello che hai scritto 👍

proggen_ait94
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mi stai letteralmente riempiendo di roba da sentire

Ocio che non hai mica acceduto al DeBasio!

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