Boxer
Bloodletting

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Voto:

Ascolto raramente quest’album, mi mette malinconia… È perché vi suonano i miei due magnifici perdenti per antonomasia, scelti dal mio cuore fra tutte le migliaia di splendidi musicisti scoperti e assorbiti attraverso innumerevoli dischi e concerti.

I Boxer, quartetto inglese operante tra il 1975 ed il 1977, all’epoca della pubblicazione di questa collezione di otto canzoni nel ’79 non esistevano più, purtroppo la metà di loro anche fisicamente… Il bassista Keith Ellis era schiattato per overdose nel dicembre ‘78, seguito tre mesi dopo dal cantante Mike Patto, arresosi ad una leucemia fulminante. Questi due lutti spinsero la casa discografica a far affiorare queste registrazioni risalenti al 1976, all’indomani dell’uscita dell’opera d’esordio “Below the Belt” e subito prima che la formazione venisse rivoluzionata, col solo Patto rimasto al suo posto per lavorare con altri compagni al secondo album “Absolutely”. Quindi “Bloodletting” è storicamente il secondo disco della band anche se uscito per terzo ed ultimo, nonché postumo.

La gestione del lavoro qui è quasi completamente nelle mani di Patto che, stanco di ricevere lodi e sperticati applausi solamente dagli addetti ai lavori e da altri quattro gatti per l’eccellente jazz/progressive/soul/rock dei Patto tanto squisito quanto poco commerciale, da qualche tempo aveva optato per un approccio decisamente più lineare e digeribile, convincendo per un po’ anche il vecchio compagno d’avventure Ollie Halsall a dargli man forte. Quest’ultimo però, artista a tutto tondo e di animo purissimo, non era poi così convinto di questa cosa e su questo disco si sente, assai più che nel precedente esordio.

Halsall qui fa quasi solo il compitino (con una folgorante eccezione… lo spiego dopo), seppure con la consueta freschezza e personalità. Ma per un genio come lui non comporre alcunché, mettere semplicemente un paio di chitarrine ritmiche pulite pulite e prendersi sporadicamente un assoletto di otto battute, toccando sporadicamente il pianoforte (spesso nelle mani di Patto) e mai il vibrafono, è troppo poco!

Diciamo altro: la sensazione è che la casa discografica abbia qui messo assieme qualche scarto del primo album “Below the Belt”, qualche cover magari provata nel corso di quelle registrazioni e infine, dato che il minutaggio scarseggiava, un (gran) finale con un brano dal vivo. I brani originali sono tutti di Mike Patto, in quello stile pub rock/rhythm&blues un po’ alla Joe Cocker, artista col quale i Patto qualche anno prima avevano avuto molto a che fare, aprendo per lui i concerti in America e poi in estremo oriente e Australia.

Halsall, con la sincerità dell’anima pura che era, raccontava di queste tournée insieme al cantante di Sheffield la cui carriera al tempo, ancor fresca dell’esplosione mediatica di Woodstock, aveva il vento in poppa: “Ci esibivamo per mezz’ora, certe volte ci era consentito anche meno… Facevamo le nostre cose jazz rock blues, suonavamo e cantavamo benissimo, brillanti e appassionati, e nessuno ci cagava… Poi saliva sul palco questa banda squinternata e strafatta, tutti ubriachi e approssimativi, e la gente si spellava le mani… Sinceramente era… frustrante!

Patto sa come mettere insieme della musica, le sue canzoni sono leggerotte ma ben congegnate, poco ambiziose ma deliziose. La sua voce è perfetta, potente espressiva ed ironica, la migliore per me del british blues anni settanta (e lo sto confrontando con Paul Rodgers, Rod Stewart, Eric Burdon, Steve Marriott. Jack Bruce…). Il pianetto ribattuto, essenziale e musicale, guida le composizioni senza infamia e senza lode, protese in un tentativo di successo del tutto velleitario. Sì, Patto è bravo a fare il Cocker, ma ‘sticazzi sembra raccontare il disco. Perché prima di questa roba c’erano stati i Patto, e lì era proprio tutto un altro andazzo…

Notevole però l’assolo di Halsall su “Rich Man’s Daughter”… Intanto esteso a ben più delle otto battute da me lapidariamente generalizzate, e poi rabbioso, effettato, convinto; mamma mia, ad Halsall basta dargli un po’ di corda e crea situazioni chitarristiche da sballo! Succede proprio questo nella conclusiva “Teachers”, una stravolgente cover, dal vivo, del brano di Leonard Cohen. I Boxer lo rivoltano come un calzino: ci aggiungono degli accordi per arricchirlo armonicamente, Patto lo canta a modo suo instillando dei fraseggi rhythm&blues nel cantato piuttosto monocorde del menestrello canadese. E, vivaddio, il palco consente ad Ollie di mettere a dieci il suo amplificatore Fender e far ruggire la sua impagabile Gibson “Diavoletto” bianca vomitando sani accordi distorti e guizzi imprendibili di solismo d’alta scuola. Al momento dell’assolo, il gruppo lo pianta addirittura, e lui in solitaria comincia una tiritera di fughe in legato che hanno poco di chitarristico e molto di sassofono e di pianoforte, nel suo stile unico e non ripetibile. La canzone vale l’acquisto dell’album.

C’è un’altra cover notevole, quella di “Hey Bulldog”, canzone dei Beatles, che apre il lavoro. È uno dei migliori rock dei quattro di Liverpool, una creatura di Lennon a cui però il compare McCartney aveva instillato preziosa linfa muovendo la linea di basso in un certo modo, il Suo modo così musicale e geniale, arricchendo così il rock’n’roll risoluto e carnale ma un po’ scolastico dell’amico con una componente melodica precipua e valente. I Boxer, ammiratori e assorbitori dei Beatles come quasi tutti i musicisti rock al mondo, eseguono con grinta e convinzione, il resto lo fa la qualità della composizione, in pratica ragione principale per possedere “Yellow Submarine”, il loro disco un po’ così di carriera, in cui essa compare.

A mezza strada nel disco i Boxer coverizzano, senza particolare genio, anche “The Loner”, uno dei primi successi di Neil Young. La quarta cover (su nove brani) è l’abbastanza sconosciuta “Dinah-Low” del loro amico Terry Stamp, ed è un riempitivo.

Niente, il disco non è certo un capolavoro, ma è buono e vi suonano Patto ed Halsall, quindi per me è un must. Patto non sono riuscito a vederlo suonare, e me ne dolgo. Ma Halsall sì, lo vidi due volte (coi Tempest) e ne rimasi folgorato, a vita. Un giorno andrò in vacanza a Maiorca, e tra un bagno e una mangiata di pesce troverò per certo il tempo di salire al cimitero della cittadina di Dejà, dove lui dal 1992 giace, sotto una piccola lapide alla quale qualcuno ha incollato due manopole di chitarra, una per il volume ed una per i toni…

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