Tra “No Code” e “Yield” Stone Gossard, vero stakanovista dell’armata targata Vedder & Co., si concede un’altra uscita discografica parallela. A tre anni di distanza rastrella i componenti del progetto Brad e varca la soglia dello studio tra dicembre ‘96 e gennaio ’97 in quel di Seattle, il cui cielo plumbeo e nevoso non sembra (stranamente) ispirare sensazioni negative e nichiliste.
“Interiors” comprende una manciata di pezzi gradevoli e solari, quasi spensierati. Una sorta di rassegna primaverile per la quale Gossard smacchia lo sporco dell’esordio “Shame” e sembra propone un suono lindo, fin troppo ammiccante a certi motivi un po’ ruffiani e radio friendly: impossibile non accorgersi di ciò in “Secret Girl”, radiofonica al punto giusto e dal ritornello quasi irritante, “I Don’t Know” dall’andamento cantilenante, nella formula azzeccata di “The Day Brings” (singolo di lancio), ma già abusata negli anni precedenti e in quelli successivi, “Circles & Lines” incredibilmente orecchiabile eppure priva di mordente, oppure in “Candles”, nella quale Gossard fa il furbetto e riprende spudoratamente i Pearl Jam. Non è tutto qui, a mettere un po’ di zavorra sul disco, altrimenti tendente al volatile, ci pensa la sporcizia (non troppo) concentrata di “Funeral Song” e “Sweet Al George”.
Il disco raggiunge pienamente la sufficienza, ma il contenuto, troppo perfettino e lubrificato, scivola via e non lascia traccia. Peccato, perché i brani “Upon my Shoulders”, “Those Three Word” e “Some Never Come Home” incitano il cervello ad agire in maniera folle e impulsiva, a correre nel negozio di dischi sotto casa oppure a trovare freneticamente la password di PayPal.