1997: era da tempo che i fans degli Iron Maiden stavano aspettando un album che tornasse alle gloriose sonorità degli anni '80, ma i loro beniamini non li accontentano con "Virtual XI"; il colpo da maestro lo effettua Bruce Dickinson, il loro ex-cantante. Bruce viene da una coppia di album sfortunati sul piano delle vendite: infatti, nonostante "Balls To Picasso" e soprattutto "Skunworks" cerchino sonorità diverse da quelle del metal tradizionale, commercialmente parlando sono degli insuccessi. Ecco però che Bruce mette insieme una band perfetta: ci sono Roy Z (chitarra), Andy Casillas (basso), Dave Ingraham (batteria) della band Tribe of Gypsies e infine (rullo di tamburi!!!!!!!) Adrian Smith come seconda chitarra.
Il nuovo album è un vero e proprio heavy rock anni '80, duro e puro, il migliore fino a quel momento di Bruce. È prodotto dallo stesso Roy Z, il sound è aggressivo, più heavy dei contemporanei Irons. Si parte con "Freak", durissima, in cui Bruce si ispira ad un amico di Roy. Segue "Toltec 7 Arrival", 37 secondi strumentali che precedono "Starchildren", non così bella come la prima, che parla di un contatto con degli alieni, ma l'alieno in questione è la morte. Queste tematiche fantascientifiche saranno frequenti anche in altre canzoni del disco. Poi è il turno di "Taking The Queen", semiballata in cui una regina morente deve restare vergine per sopravvivere, ma si innamora di un giovane. Ecco poi "Darkside Of Aquarius", la canzone migliore del disco, cupa, con un lento inizio bruscamente interrotto da potenti schitarrate, che si riferisce all'Apocalisse. Canzone tra le migliori di tutta la produzione solistica di Bruce, diviene un classico da concerto in cui il pubblico canta insieme a Bruce la lunga coda finale. La sesta traccia è "Road To Hell", che ci riposta ad un heavy metal più diretto, potente e veloce. Il testo parla di cosa passava per la testa di Gesù mentre stava morendo. Poi tocca a "Man of Sorrows", canzone lenta e triste, cantata benissimo da Bruce, che tratta della gioventù di Aleister Crowley e di ciò che divenne, di cui purtroppo non abbiamo testimonianze nei live ufficiali "Accident in Brazil" e "Scream for me Brazil".
Ecco la title-track, uno degli episodi più duri dell'intero disco, anch'essa molto presente nei concerti. Poi c'è "The Magician", più veloce, anch'essa basata su Crowley. Dopo la cupa ma non memorabile "Welcome to the Pit ", è il turno di "Omega", simile a "Tears of the Dragon" nella struttura: inizio lento, soffuso, e dopo il secondo ritornello c'è un'improvvisa accelletazione con un assolo magistrale. Il testo prevede un futuro apocalittico, con l'esplosione del sole che distrugge pure la Terra. Si chiude con "Arc Of Space", ballata triste che parla di coloro che guardano agli alieni come ad una religione. Nel bonus disc ci sono versioni demo di "Accident Of Birth", "Starchildren", "Taking The Queen", "Arc Of Space" e di "Darkside Of Aquarius", "Ghost of Cain", un'altro inedito che figurava sul lato B del singolo "Accident of Birth" e ben tre versioni differenti di "Man of Sorrows", di cui una in spagnolo. Roba un po' da aficionados, ma idem sono interessanti.
Dal punto di vista musicale è un grande album, un ritorno alle origini che farà frutti anche in senso commerciale (venderà più del contemporaneo "Virtual XI" degli Iron Maiden). Suono simile a quello della Vergine Di Ferro, ma buono come quello dei tempi migliori. Quanto ai testi sono cupi, duri e per niente superficiali. Insomma, un disco che consiglierei a chiunque ami gli Irons e il metal in generale!
"Accident Of Birth fu un autentico fulmine a ciel sereno, il classico colpo di coda che ti fa tornare ad impugnare saldamente il timone del tuo vascello dopo anni di tempesta."
"L’album ... viene ancora oggi ricordato come uno dei suoi lavori migliori di sempre."