Sto dormendo e sogno il rock.
Sogno di essere un provocatore dell'era post industriale, come quello con la faccia dipinta che vedo sempre su emmetivvì e che non posso sentire quando ci sono i miei, perché altrimenti dicono che ho una malattia sociale, che sennò poi allago la scuola il venerdì sera per non fare la versione di greco, o, peggio ancora, entro in classe con un fucile semiautomatico e ammazzo l'insegnante.
Sogno di essere uno di quei cantanti con la voce profonda e l'aria da "lo so che sono figo, ma me ne sbatto i coglioni", con la disperazione negli occhi e un obelisco di marmo al posto dello sberlotto.
Sogno di essere una di quelle popstar molto glamour che hanno fatto di frocità virtù e che ora il giornale dice che sono stati “sdoganati”, perché prima essere ghei era oltraggioso, poi essere ghei è diventato alternativo ma ghettizzante, mentre ora essere ghei è radical chic (a meno, dice quel giornalista che piace tanto alla mamma, che non utilizzino i loro embrioni malati per procreare). Perso nel mio sogno fatto di cliché, sento che finalmente ho trovato il mio scopo nella vita: fare la rockstar ed essere figo da far paura. Perché di cazzi non ce ne sono: rockstar e figaggine vanno a braccetto come Totò e Peppino.
Quando mi sveglio sono madido di sudore e probabilmente ho anche avuto delle polluzioni notturne (merda, devo ricordarmi di togliere la foto di Bondi da sopra il letto, mi eccita troppo guardarlo prima di dormire): il ricordo della mia esperienza onirica per pochi istanti mi regala ancora un’ebbra, effimera felicità. Ma all’improvviso lo sconforto mi assale. Perché prendo coscienza che la realtà è diversa dal sogno; perché nella realtà l’equazione rock = figo è falsa. Perché nella realtà esiste Doug Martsch.
Doug Martsch è uno sfigato del cazzo: si veste come un nerd, è stempiato ed è grassoccio; quando va in giro il minimo che gli possa capitare è che qualcuno gli arrivi da dietro e gli faccia la “mutandata” (e lo scherzo riesce bene perché, da bravo sfigato, il buon Doug porta gli slip invece dei boxer). Per di più ad inquietarmi maggiormente è la sua impressionante somiglianza con quel gran figlio della lavandaia del mio vicino di casa, che mi ha già fatto avere tre lettere di richiamo dall’ amministratore.
In sintesi, è l’incarnazione del più tipico dei losers, lontano mille miglia dai cazzutissimi rockers che popolano la mia personale “country of the sleep”; eppure - ed è qui che la realtà cinicamente si fa beffa delle misere certezze umane - la musica che suona questo onanista è di una bellezza commovente.
Il rock dei suoi Built To Spill mi ha sempre disarmato, perché è una sorta di indie raffinato, con canzoni dalla struttura complessa, composte da vere e proprie suites.
E come se questo già non bastasse a mandare affanculo i seguaci dei Franz Ferdinand, si aggiunga che in questo “Live” del 2000 le loro canzoni migliori vengono rielaborate e suonate con un’energia e un’emozione ancora superiori alle versioni in studio. Se poi suoni dal vivo pezzi lunghi 20 minuti senza far venire l’orchite a chi sta ascoltando, vuol dire che sopra ad un palco non ci stai per caso; e se uno dei pezzi lunghi 20 minuti è una cover di "Cortez The Killer" di Neil Young, significa che oltre a saper suonare hai anche buon gusto.
E allora, scialacquandomi le maracujas dei cliché, ascolto questo disco e lascio che la chitarra lasciva del Doug mi scorra sotto la pelle; e quando, dopo 70 minuti di live, la musica finisce, io vengo assalito da un’indomabile furia iconoclasta: con ira divelgo tutti i miei zainetti di Justin Timberlake, dò fuoco a tutti i miei astucci dei Creed e getto dalla finestra l’intera collezione delle figurine di Marilyn Manson. D’ora in poi la mia missione sarà predicare a legioni di giovani menti facilmente plagiabili che se sei sfigato la dea Hator ti arriderà.
Perché anche Franco Nero è un lardoso sfigato, eppure ha fatto Surfer Rosa.