Ero molto giovane ed il cinema Palladio di Vicenza mi accolse, assieme ai miei genitori, per vedere questo simpatico film.

Forse all'epoca, parlo dell'82 inoltrato, non c'era di meglio, probabilmente i film di Bud Spencer e Terence Hill - coppia al tramonto, ma non lo sapevo - non erano in sala, sicchè niente di meglio di un polpettone con Celentano, Verdone, Montesano ed il mitico Abatantuono, all'epoca sulla cresta dell'onda in versione terrunciello. Che dire poi di Eleonora Giorgi... fascinosa ed ammaliante (ma le avrei dedicato i miei pensieri sei, sette anni dopo, all'epoca no).

Ad ogni buon conto, risi davvero molto, per i miei cinque anni, soprattutto grazie alla comicità slapstick di Montesano, nel ruolo di un cameriere che finge di essere un ricco possidente per compiacere la figliola di ritorno dal collegio in cui egli la mantiene fra mille sacrifici: fra papà Gambalunga a rovescio, citazioni chapliniane e gran simpatia, una bella parte per un attore poi finito in decadenza.

Risi al pari molto, assieme a mio padre (e risi negli anni, invero), per il duetto fra Celentano e la Giorgi, assieme a quel caratterista pelato che sempre appariva assieme al molleggiato, nello shackerare un frullato esplosivo, a ritmo di tango. Ed ancora oggi, che ho bruciato i trent'anni sul mio letto di sposo, crocifiggendo Celentano in un teatro di posa, quando guardo qualche mio giovane collega che non mi piace ripeto mentalmente la sua miglior battuta: "Alla prima che mi fai, ti licenzio e te ne vai". E quanto vorrei essere Taddeus, mentre spesso mi tocca fare il cameriere.

Risi sempre molto, aprendo un credito durato negli anni, per il salace Verdone nella parte dello sfaticato Pericle, pugile simbolo di un certo sottoproletariato che si ricicla nello sport, e per i duetti con il suo allenatore, per la corsa finta e la schiuma di birra spacciata per sudore, per le botte prese sul ring, a causa del suo amore con l'immancabile cameriera ed il suo "comandi".

Mi scompisciai per Abatantuono ed il mago di Segrate, per il suo "so mmaggo", "sto' lievitanto", "cuncentrameeeeentoooooo" ed altre varie facezie, oltre che per il suo duetto con un indimenticabile caratterista morto da alcuni anni, Franco Diogene.

Delle commediacce anni '80, che non intendo rivalutare, mica sono Quentin Tarantino od un Marco Giusti, questa davvero mi è rimasta impressa, scavando un po' a casaccio nella mia memoria.

Non saprei ovviamente dare un voto al film, sospeso fra il valore affettivo (5), l'efficacia comica (4), il valore artistico (1), l'ammirazione per l'artigianato ludico di Castellano e Pipolo (4), l'inquietudine di sapere che uno di loro è il padre di un noto scrittore popolare del nuovo millennio (0), la paura di vedermi fustigato dai lettori del sito e l'ansia di veder parametrato un voto positivo ai voti negativi su lavori come Amarcord e Blow Up.

Però a me fa ridere, e provoca qualche bel ricordo, forse confuso e certamente parziale, quasi fossi un Coda di Lupo qualsiasi, o mi trovassi nei panni del narratore de "La città degli immortali".

A lungo andare, in pratica, quanto tutti saranno dimentichi del cinema italiano del novecento, "Grand Hotel Excelsior" si confonderà con "Otto e mezzo", con buona pace dei contemporanei.

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