Dimentichiamo l’arguto cantautore dei primi anni ’70, dimentichiamo certe sonorità dal chiaro ascendente mediterraneo, certi ritmi ellenici, slavi e il tono pacatamente filosofico, talvolta meditazionale di tante opere scorse. Cat Stevens vissuti due lustri è lontano dall’artista appena tratteggiato, è l’ultimo Stevens, a cui rimane poco dello stile psicologico e della scrittura intimista ed elegiaca di cui si avvaleva insieme all’innata intuizione per la melodia. Dopo Buddha And The Chocolate Box (1974), Numbers (1975), Izitso (1977), dopo una lunga serie di prove mediocri, fors’anche discrete ma senza il tono drammatico, il tratto apocalittico, aride del messaggio che fluiva copioso nel giovane Stevens e nella sua coinvolta, irrequieta ricerca del giusto sentiero, Back To Earth suona eminentemente come un congedo, le rassegnate dimissioni del cantautore e della sua fervente voglia di interrogare la vita tramite le note. Stevens culmina la carriera così nello scomodo conforto di un approdo guadagnato dopo estenuanti cambi di rotta e traversie, nella testa la vita monastica è già ben presente, il dubbio è al lumicino e non resta lui che coricarsi sotto una coperta di fede spessa. Ritorno alla natura, al riparo nel grembo della terra, dissoluzione nello zefiro placido e azzurro. La fede come la natura, rifugio in cui dileguare, nembi spazzati dal vento all’orizzonte, profumo di aghi di cedro e di ruscelli che si perde poco più su nel mattino.
Back to Earth, alla prima sensazione pare uno scrigno di verdi vicende e segreti inconfessi, di evocazioni naturalistiche, sembra pittura di elementi semplici e di paesaggio alpestre. E invece poco dopo il primo incontro rintracciamo un sapore solo lieve di verdi frondosità e ci sentiamo cosparsi di sensazioni e suffumigi promananti da vicini nuclei urbani.
Il disco si basa su una nuova intuizione della melodia, lontana dalle fascinazioni etniche di un tempo, fondata su un cuore di accordi e arrangiamenti per lo più anglosassoni e una linea musicale sorretta da piano e chitarra acustica con qualche patinatura sintetica, che lascia presagire forte ed incombente il decennio all’avvio. Pur conservando parte dello stile che abbiamo definito psicologico e un certo tono melodrammatico, la canzone di Cat Stevens ha quasi totalmente smarrito quel colore di riflessione interiore, profonda, a tratti sacrale, dell’individuo e così il tiepido vibrare dei sentimenti umani. I dieci brani scorrono lievi, nascondendo qualche melodia che contenterà i più anziani seguaci del cantautore, sono aggraziati e non perdono lo stile semplice ma elegante che si addice ad un autore intimista come è anche oggi Yusuf Islam.
L’incipit del disco “Just another night” è in qualche misura la canzone più fedele al vecchio bagaglio dell’artista e forse per questo rimane posata e non scuote il torpore, anzi, alimentato dalla triste sensazione di deja-vu per un autore un tempo così istrionico. “Daytime” è un pezzo intenso legato ad una melodia introspettiva come nella stagione migliore, resa opaca dalla scelta di sonorità che definire plastiche, per tale degno materiale, è un atto di clemenza. “Bad brakes” e “New York Times” sono due sferzate rock che non trovano motivo e senso nel contesto in cui si collocano e sono in più oberate della medesima patina di artificialità di cui si riportava pocanzi. Insulsi in egual misura, i pezzi strumentali che in genere dovrebbero soddisfare l’urgenza di una particolare intuizione melodica o presentarsi come interludio a diversi momenti dell’album, in questo disco risultano sciatti e ancora una volta vittime di ingombranti suoni computerici. “Randy” e “Father” sfiorano quasi la ballata, ma la forza e il trasporto dimostrati le rendono due buoni pezzi che regalano uno Stevens più vicino ai canoni mitteleuropei e indaffarato ad indagare la necessità di dipendenza e sostegno insita nell’animo umano. Il sentiero termina nel bosco, “Never” è forse la canzone ed il paesaggio che ci si attendeva dal primo istante in cui si era intrapreso il cammino, poggiata su pochi cenni di piano, il suono nitido di una chitarra folk e la forza della voce, che Stevens, interprete di rara dote, non ha mai perduto. Chissà se il messaggio non sia proprio nascosto sotto questa coltre artificiosa, non sia ben più ampio nell’ultima riflessione Stevesiana di quello prettamente musicale. Non trovare ciò che ci si aspetta, realizzare piccoli equilibri solo dopo lungo dissidio, trovare la forma canzone adatta all’album solo alla fine dello stesso, immaginare una vita e scendere a patti con la realtà, necessariamente avere un padre a cui affidarsi e una coperta in cui trovare tepore.
Un’opera a cui, ad anni di distanza, va ancora attribuito un senso: troppo semplice considerarla come annunziata tappa definitiva, troppo ambizioso attribuirle il valore di parabola simbolica e realista della vita. L’oggettività non è affine all’arte, ma credo che nessuno storca il naso se asserisco che quest’opera fa totale apoggio sulle forti spalle di Stevens, sul suo energico carisma e la sua irripetibile interpretazione e che, senza questi, tali note sarebbero state ampiamente trascurate e riposte ordinatamente in un cassetto.