Nel panorama del progressive italiano degli anni ’70, i Celeste sono stati un caso a parte. Non perché fossero più tecnici o più ambiziosi degli altri, ma perché hanno fatto qualcosa che pochi possono davvero dire: si sono inventati un linguaggio loro.
Mentre molte band si muovevano tra modelli inglesi e tradizione italiana, i Celeste prendevano un’altra strada. Un prog senza enfasi, senza esibizione, costruito su equilibri fragili: flauti, mellotron, chitarre acustiche, silenzi. Una musica che non cerca mai di impressionare, ma di creare atmosfera. E non è un caso. Insieme ai Museo Rosenbach, nascono dalle ceneri dei leggendari Il Sistema.. Ciro Perrino e Leonardo Lagorio svuotano la forma prog tradizionale e la trasformano in qualcosa di più fragile, più acustico, più sospeso.
Il risultato è Principe di un giorno, un disco fuori tempo e fuori schema già in partenza. Niente momenti bombastici, niente virtuosismi: solo paesaggi sonori morbidi, mellotron che scorre come nebbia, flauti che si intrecciano, chitarre acustiche e pianoforte che sembrano raccontare favole.
Ed è proprio questa sua identità così definita — e così lontana da tutto il resto — che col tempo lo ha trasformato in un disco di culto. Non immediato, non perfetto, ma unico. Uno di quelli che crescono ascolto dopo ascolto, fino a diventare indispensabili. Prince of a Day parte da qui, ma non è una semplice operazione nostalgia. È qualcosa di più raro: il tentativo riuscito di riportare il disco alla sua idea originaria. Perché all’inizio doveva essere in inglese e con una voce femminile — cosa che allora non fu possibile. Cinquant’anni dopo, quella visione prende finalmente forma. Sulle basi originali restaurate entra la voce di Siobhán Owen, e il risultato è sorprendentemente naturale. Non sembra un’aggiunta, ma un ritorno a casa. La sua interpretazione si inserisce perfettamente nelle trame sonore, esaltando il carattere etereo e fiabesco del disco senza mai appesantirlo.
Anzi, tutto appare ancora più coerente: il suono diventa più uniforme, più immersivo, più vicino a quell’idea di prog “da camera” che i Celeste avevano intuito ma solo in parte realizzato. E i brani — da “Prince of One Day” a “Ancient Fables”, passando per “Eftus” e “Games in the Night” — mantengono intatto il loro fascino, tra momenti sospesi e altri più articolati, senza mai tradire quella linea sottile che tiene tutto insieme. Anche la lingua inglese fa la sua parte: il disco perde qualsiasi residuo di provincialismo e si apre a un immaginario più ampio, quasi fuori dal tempo. La nuova masterizzazione migliora la resa senza snaturare nulla: più definizione, più profondità, ma sempre quella patina morbida e leggermente offuscata che è parte integrante del fascino del gruppo.
Alla fine, Prince of a Day è qualcosa di più di una ristampa o di un remake: è una seconda possibilità. Non sostituisce Principe di un giorno, ma lo affianca con una naturalezza sorprendente.
E, cosa rara per operazioni del genere, non suona come un’operazione.
Suona come un disco che, semplicemente, mancava.