UN INCONTRO PERFETTO

A volte capita. Attraversano i giorni sciami di musiche, ronzano incessanti tra le pareti e i giorni che abitiamo, l'una cancellando l'eco dell'altra. La cornucopia del futuro, quello presente e disponibile, riversa incessantemente l'incorporea messe d'ogni bendiddio: una breve attesa e la magia si avvera, con le sembianze minuscole di un'icona depositata sul luminoso deserto d'un monitor. Sono abbastanza vecchio per godere del reiterato stupore, come un Buendìa qualunque di fronte allo spettacolo del ghiaccio. E sono un onnivoro, abituato da sempre a concedere ascolto alla possibilità di un incontro. Ma l'onnivoro è spesso compulsivo, l'indigestione più prassi che incidente. Il silenzio, così, suona medicamento, un digiuno che purifica.

In questo silenzio, nello spazio dilatato che fa splendere il suono, l'ascolto diviene profondo, respiro. In questo silenzio, che ho approntato dopo l'ennesima saturazione sonora, è comparsa due giorni fa la voce frusciante d'un uomo. Recapitata dal passato, diffusa nel mio antro dalla povera tecnologia che le si addice. Buffo che siano proprio le incomprensibili meraviglie del futuro presente a metterti in contato con la memoria... L'uomo è un negro (chè quella era la realtà, in barba agli infausti adoratori del politically correct) mi dicono biondo, piccolo, furfante. La voce è aperta, potente, viva. Ed entra immediatamente in circolo, prende possesso dello spazio interiore, armata del disarmante potere della semplicità. E spazza, per il tempo che le concedi, la corruzione del suono come prodotto commestibile, come sottocultura codificata in generi, la miseria di apparenti infinite possibilità. Cancella l'incancellabile distanza segnata dal tempo e mi consegna un presente che aderisce al mio: mi porge una sedia, ad un tavolo un po' lercio, in un locale stipato, fumoso. E, per il tempo che mi concede, mi asciuga e mi scava, mi accarezza e mi ricorda chi ero, chi sono. Un pallidissimo negro che non ha mai avuto il suo blues, un fantasma di me, anestetizzato dall'abuso di rimozione, adeguato al suo tempo.

Leggo che alcuni lo considerano il fondatore del Delta Blues, che suonò anche con Son House (altra voce che venne a visitarmi, molti anni fa, ed ogni tanto riappare nell'antro), che è probabilmente il primo ad aver inciso un blues, che le sue mani percuotevano la cassa armonica e che non didegnava di dar spettacolo, la chitarra suonata tenendola dietro la testa... Ma la cornucopia è talmente generosa che ti basterà digitare il suo nome, Charlie Patton, per trovare pagine che dicono di lui, ne vale la pena. Io ho trovato acune tavole, vergate dal segno grasso e luminoso e scuro di Robert Crumb, che mi pare aderiscano con una vitale semplicità alla voce che sto ascoltando, narrando di lei molto più di quel che possano le parole; puoi guardarle qui.

A volte capita. Non è raro che, in cerca di una disintossicazione sonora, rivolga lo sguardo verso il passato, sui dorsi dei dischi di blues e nel fondo di un tunnel temporale che mi trasporta iin un altrove mai così vicino. Questa volta è stato un incontro perfetto. Lo stesso che auguro a te.

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