Ritornano i finlandesi Charon a due anni di distanza dal celebrato "The Dying Daylights" e ci propongono un platter di assoluta qualità, pronto a raccogliere la pesante eredità lasciata vacante dai conterranei, e mai dimenticati, Sentenced. Nonostante ciò è forse questo il lavoro in cui il quintetto di Raahe si distacca in maniera definitiva dal suono dei ben più famosi cugini, al fine di elaborare una proposta oramai completamente scevra da evidenti influenze "esterne".
Dieci pezzi dalle melodie vincenti, intrise di quel flavour romantico-decadente tipico delle bands post goth-rock, che puntano sulla voce vellutata ma corposa e molto tecnica di J.P.Leppäluoto, autentico protagonista dietro al microfono, ugola dotata di un'originalità davvero fuori dal comune. Un ibrido assurdo tra tonalità profonde vicine ai primi Candlemass e la rabbia dolciastra di "Ville Laihiala" del sopracitato combo di Oulu. Non mancano di sorprendere le chitarre del duo Sipilä-Tuohimaa, instancabili nel macinare riffs possenti e carichi di eleganza, capaci di esaltarsi in un twin-work coinvolgente ed "allungarsi" in solos di classe mai pomposi o fuori luogo.
La sezione ritmica svolge il suo compito egregiamente, puntuale, energica, dal groove rockeggiante a tratti ed esaltata da una produzione scintillante che ne crea i giusti spazi. Niente tecnicismi esasperati in "Songs For The Sinners" ma solo brillanti melodie, refrains ficcanti da urlare a squarciagola ed atmosfere autunnali ricreate da un cantato carico di malinconia e sentimento.
"Colder" e "Deep Water" senz'altro fungono da magnifica apertura aiutate da un riffing dilatato dove la voce di Mr.Leppäluoto si sfoga nel binomio tristezza-dannazione, accompagnata dall'angelico sospiro della talentuosa ospite Jenny Heinonen. "Bullet" si segnala come autentico highlight dell'intero lavoro, apocalittica nell'incedere di matrice doom-metal libera un chorus rabbioso e desolato. Notevole l'introduzione "classica" con tanto di violoncello ed anche l'intenso finale si staglia tra le parte più entusiasmanti del disco. Ottime anche la deliziosa, toccante ballad "Air" e la veloce anthemica "Ride On Tears", quest'ultima vera rappresentazione fedele degli amati (ed altrettanto odiati) cliché del finnish-goth. Riffs gemelli di richiamo In Flames, vocals "urgenti" e spudoratamente melodiche, drumming incalzante dalle venature rock'n'roll sono gli ingredienti per un collage stereotipato ma carico di pathos. Nelle finali "Rust" e "House Of The Silent" ritornano le ambientazioni novembrine rimembranti venti piovosi, tra il rifferama heavy-doom della prima e l'acustica delicatezza unita a ritornelli metallici della seconda. Ancora una volta lavoro vocale curatissimo dove brillano carisma, cuore e perizia tecnica.
In definitiva "Song For The Sinners" convince ed emoziona, si avvale di un mastering da urlo e conferma le capacità dei nostri già intraviste in passato, liberandosi finalmente dall'ingombrante sentenced-sound per dare origine ad un proprio stile ben definito.
Malinconia forse "radiofonica" ma di talento.