Il fragore di un sussurro può essere insostenibile.
Soprattutto nel freddo di una stanza vuota. La voce è flebile ma, testarda, non cede; le note di una chitarra occupano lo spazio tra le parole. Parole che sono secche, dirette, taglienti: “sono una donna che non sa stare al suo posto, ma quando esco dai binari che mi hanno assegnato, c'è sempre qualcuno disposto a riportarmi a casa”.
Ad ascoltare ci sono solo le pareti di una cucina e, a loro, Connie Converse butta in faccia la verità sulla sua vita: Connie è sempre stata una donna randagia, lo sa, ne soffre, ma non saprebbe rinunciarvi.
Il suo nome all'anagrafe era Elizabeth Eaton Converse, ed era nata il 3 agosto del 1924 a Laconia, nel New Hampshire, figlia di un pastore battista, un uomo severo che credeva nella severità come si crede in una dottrina. La bambina crebbe imparando prima il silenzio, poi la musica, e infine — più tardi e a caro prezzo — la differenza tra le due cose. Di quell'infanzia non rimane quasi nulla, qualche fotografia, una o due lettere, il ricordo frammentato di chi la conobbe.
Quella dolce ragazzotta del New Hampshire — imbevuta di fede battista, valedictorian del suo liceo, borsa di studio per il Mount Holyoke — un bel giorno, lascia il college come si lascia una stazione in cui si è arrivati col treno sbagliato.
Attraversa il paese. Arriva a New York. E decide che, da ora in poi, sarà solo Connie. Perchè i nomi veri non si usano quando si ha qualcosa da nascondere, fosse anche solo la propria bellezza, fosse anche solo la propria voce. Cominciò a bere, cominciò a fumare, cominciò a scrivere canzoni che nessuno voleva sentire. Era il 1954 e il mondo se ne stava lì, a grattarsi il culo, a fischiettare e lei, intanto, stava inventando il cantautorato moderno in una cucina di Manhattan. Da sola. Senza che nessuno glielo chiedesse.
“Vaghiamo dove regna il buio. Andiamo per sentieri notturni. Non come fanno gli amanti, a coppie, intrecciando i passi; ma da soli, Uno per uno”.
Nella Grande Mela Connie, lavorò come editrice, come ricercatrice, come tipografa e, di notte o in certi pomeriggi tranquilli — fra quattro mura in affitto nel Village — prendeva la chitarra e cantava le sue canzoni. Le sue melodie avevano la qualità aperta e commovente di una vecchia registrazione dei Carter Family, ma con un fingerpicking delicato e un movimento armonico che ricordava Hoagy Carmichael. Gli elementi tradizionali erano cuciti insieme con tale sofisticatezza che il tutto suonava assolutamente originale, moderno persino. Erano canzoni di amanti che litigano, di solitudine, di donne che camminano da sole nel mondo. Tutto ciò che oggi apprezziamo nei cantautori — la prospettiva personale, l'intuizione, l'originalità, l'empatia, l'intelligenza, l'umorismo velato — già viveva nella sua musica.
Solo che il mondo non era ancora pronto a sentirla.
Nel 1954, Gene Deitch — cartoonist, uomo dai grandi occhi curiosi — la registrò nella sua cucina con un vecchio Crestwood 404. Gene conservò quei nastri perchè capiva, forse meglio di chiunque altro in quel momento, che stava custodendo qualcosa di raro. Quello stesso anno Connie apparve al Morning Show della CBS, seduta accanto a Walter Cronkite, a cantare le sue canzoni in quello studio illuminato in modo crudele, come sono illuminati tutti gli studi televisivi, con quella luce che non perdona niente e che trasforma ogni cosa in evidenza. Il pubblico non reagì. I discografici la giudicarono: "troppo difficile da vendere".
Da vendere.
“Pensavo ai gigli, sai loro non fanno mai fatica, fioriscono soltanto. Non sentono mai freddo, né sono stanchi, né sciocchi. E non gli serve molto spazio. Così ho pensato ai gigli. E vorrei che mi dicessero, che mi dicessero, come si fa”
Nel 1961, disse addio al Greenwich Village, fece le valige e si trasferì ad Ann Arbor, nel Michigan, dove il fratello Philip aveva messo radici. Qualche settimana dopo un certo Robert Zimmerman capitò dalle quelle stesse parti. Ma Connie era già andata via, un attimo prima che tutto quello che lei, per prima, aveva immaginato, cominciasse.
Philip è uno che insegna all'università, è famoso, studia come votano gli americani e sa i nomi di tante cose. La sua casa è ordinata, c'è una specie di pace, ci sono orari, c'è il conforto solido e un po' soffocante di chi ti vuole bene e non capisce perché non ti basti. E lì trascorrono i tredici anni successivi, in un modo forse comprensibile ma straziante: Connie si diede da fare ed arrivò a dirigere il Journal of Conflict Resolution, e a tenere conferenze pubbliche senza avere una laurea, come se avesse deciso di usare l'intelligenza che aveva consacrato alla musica per qualcosa di più urgente, di più immediatamente necessario. Non so se fosse felice. Non lo sa nessuno. Sua madre diceva che fumava e beveva più di prima. Un amico disse che sembrava stanca.
E la sua chitarra rimase in un angolo.
Come il volume di una radio che si abbassa, gradualmente, fino al silenzio. Il mondo di Philip funzionava, era riconoscibile, aveva senso. La musica di Connie no, non aveva mai avuto senso per nessuno tranne che per lei, e forse era più facile così: smettere di portarsi dietro qualcosa che nessuno sapeva vedere.
Ma c’era un prezzo da pagare: senza la sua musica a placare la sua anima rimasero solo l'alcol e la depressione. Due dolci veleni che non ti uccidono subito. Ti si siedono accanto e aspettano che tutto svanisca.
No, l’amore non c’è in questa storia. Connie non lo trovò mai ma, fai attenzione, quello che conta non è l'abbandono ma la grazia con cui lo portava.
“Io non ho trovato mai un posto dove stare e non ho più nessuna canzone da cantare”
Verso la fine del 1972, gli uffici del Journal of Conflict Resolution si trasferirono a Yale, "venduti all'asta" senza che lei ne fosse informata. È il tipo di tradimento piccolo e silenzioso che si conficca nelle costole come un pungolo sottile. Gli amici misero insieme i soldi, le regalarono sei mesi in Inghilterra, ma l'Inghilterra non guarisce niente.
Poi arrivò il finale.
Nel 1974 alla porta di Connie bussarono i suoi cinquant’anni e una diagnosi che si concludeva con la parola “isterectomia”.
E lei scrisse lettere d’addio.
Le scrisse a tutti quelli che amava ma non a sua madre. Erano tutte lettere scritte a mano ed erano tutte lucide preghiere: “Lasciami andare, lasciami essere se posso, lasciami non essere se non posso”.
Caricò il suo maggiolino Volkswagen. Guidò verso qualcosa che non aveva ancora un nome su quelle lunghe strade d’America che sembrano non andare da nessuna parte, piene di motel abbandonati e svincoli verso il nulla. Forse guidò verso il mare. Forse verso una stanza dove nessuno avrebbe bussato. O forse da nessuna parte, in qualche posto con quella luce e quell’aria profumata, dove può essere bello scrivere la parola “fine”.
Nessuno ha mai saputo dove è andata Connie.
“Sono così stanca. Sono stanca, oh così stanca, di questo eterno lottare (…) ma non c'è nessuno a cui dare la colpa, non c'è nessuno da odiare.”
E, così, il mondo ha ripreso a grattarsi il culo e a fischiettare e a fottersene non solo di Connie ma anche di tutti noi altri.
Poi nel gennaio 2004, Deitch — il cartoonist dai grandi occhi curiosi —fu invitato dallo storico della musica newyorkese David Garland a partecipare al suo programma radiofonico “Spinning on Air” e si ricordò di quei nastri, quelli di Connie, quelli registrati nel suo salotto con un vecchio registratore Crestwood 404.
Il seguito potrebbe sembrare quasi naturale: il produttore Dan Dzula e il suo amico David Herman, abbagliati da quella musica, decisero di produrre quel disco mai inciso. "How Sad How Lovely" vide la luce nel marzo del 2009.
Chi lo ascoltò non poté restare indifferente. Quella musica cominciò a girare, e girando trovò le mani giuste: Karen O, Mike Patton, Laurie Anderson la cantarono. Julia Bullock vinse un Grammy cantando "One by One". John Zorn nel 2017 fece incidere un album tributo. Howard Fishman nel 2023 le dedicò una biografia. Nel 2024, anno del suo centenario, qualcuno mise in scena uno spettacolo di un'ora sulla sua storia — un'ora intera, per una donna che non aveva avuto nemmeno un minuto.
"How Sad, How Lovely" è stato ristampato dalla Third Man Records nel marzo 2026.
Dopo più di cinquant'anni.
Ci vuole così tanto perché il mondo impari ad ascoltare le donne che parlano piano.