Gli unici films che, in vita mia, mi hanno fatto emozionare a tal punto da sentirmi il classico groppone in gola e gli occhi lacrimare senza che il mio orgoglio maschile, tipicamente meridionale, potesse far nulla per arrestarle, sono stati "Big Fish" di Tim Burton e "The Elephant Man" di David Lynch.

I films in questione, seppur profondamente diversi tra loro, hanno in comune il rapporto tra figlio e genitore.

In 'Big Fish' si tratta di un rapporto tormentato e pieno di incompresioni che si prolungano nel tempo sino ad esasperarlo, e questo aspetto costituisce il tema principale dell'opera. Nell'opus lynchiano, invece, il rapporto non è vissuto ma sognato, così tanto sperato da far sì che il protagonista, per raggiungerlo in un'altra dimensione, ponga fine alla sua esistenza.

Esistenza di certo non facile quella di John Merrick, affetto fin dalla nascita da una terribile malattia genetica che lo ha reso pesantemente deforme e pieno di protuberanze, tanto da farlo somigliare ad un elefante. Proprio per questo, John incarna il perfetto fenomeno da baraccone disgustoso e ripugnante che deve essere mostrato ad un pubblico insaziabilmente curioso di tutto ciò che la natura rende difforme dallo schema umano tradizionale.

Per le menti più dotte l'"elephant man" è, invece, un occasione di ricerca e, di conseguenza, un utile strumento per porsi all'attenzione dei colleghi cercando di ottenere, nel contempo, il conseguimento di una rapida carriera. Fu questo il motivo che spinse il Dottor Treves, sapientemente interpretato da Anthony Hopkins, a sottrarre John Merrick dalla prigionia imposta dal suo protettore ed organizzatore di quello spettacolo che lo mandava in pasto agli occhi pieno di ribrezzo dei frequantatori del circo di cui facevano parte. Non, dunque, un sentimento di carità umana, ma soltanto una via per intraprendere esperimenti e celebrare conferenze e, quindi, divenire famoso.

L'atteggiamento del Dottor Treves, tuttavia, muta lentamente ma inesorabilmente quando scopre di trovarsi di fronte ad un ragazzo intelligente, garbato, profondamente buono ed estremamente sensibile, che riteneva che la sua malattia e la lontanza dolorosa dalla amata madre, che non aveva mai conosciuto e di cui possedeva una vecchia foto che portava sempre con sè, fosse il giusto prezzo da pagare per aver commesso chissà quali cattiverie in passato.

Ovviamente non era così.

John, seppure avesse un aspetto terribile e tale da incutere paura in chiunque lo guardasse, era un uomo sicuramente migliore di molti altri. Treves seppe riconoscere tale verità e cercò di farla vedere anche agli altri. Grazie all'amicizia del Dottor Treves ed al suo coraggio, l'uomo elefante coronò il sogno di stare in mezzo alla gente senza sentirsi un qualcosa di diverso. Ma il suo sogno più grande, come detto, era quello di raggiungere la bellissima donna che lo aveva procreato e che non aveva mai conosciuto e vi era un unico modo per farlo: dormire disteso in un letto caldo come fanno tutti gli uomini, senza che il peso della sua enorme testa gli spezzasse il respiro…

"The Elephant Man" è un film di una tale poesia e romanticismo, accentuato dalla saggia scelta di girarlo in bianco e nero, che non è facile rimanerne distaccati, guardandolo con fredda razionalità. I messaggi che ne fioccano dalla visione sono molteplici e soggettivi. Quello che a me ha colpito di più è proprio la costernazione di John Merrick nell'essere lontano dall'amore materno, resa ancora più sofferente dalla errata convinzione che tale lontananza fosse causa di un suo compartamento o, peggio ancora, del suo aspetto.

Resta la consolazione di sapere che, finalmente, John Merrick e la madre sono un'unica cosa in un universo in cui tutti sono davvero uguali ed in cui non ci sono deformazioni a tenere lontane le persone dall'affetto dei propri cari.

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