Copertina di David Szalay "Nella Carne"
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Per lettori di narrativa contemporanea, appassionati di introspezione psicologica, chi cerca storie complesse e riflessive
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LA RECENSIONE

Uno dei maggiori casi editoriali del duemilaventicinque, il romanzo "Flesh", in italiano "Nella Carne", dell'autore canadese naturalizzato ungherese David Szalay.
Edita in Italia l'intera bibliografia dell'autore, quattro romanzi compresa l'opera in questione, due antologie di racconti brevi, da Adelphi.

Bildungsroman rarefatto di un viaggiatore e avventuriero casuale, dall'Ungheria (per tornarci infine), all'Iraq come soldato volontario nella "Coalizione dei Volenterosi", infine nel Regno Unito, tra gli anni Novanta del Ventesimo Secolo e il primo ventennio del Ventunesimo secolo; la vicenda principia appena dopo l'avvio del processo di apertura ai costumi occidentali dell'U.R.S.S. successiva alla Perestrojka, trova epilogo tre anni dopo la fine del lockdown internazionale del duemilaventi.

I caratteri sono delineati partendo dalle loro omissioni.

Il protagonista Istvàn narrato da un narratore onnisciente e invisibile, in terza persona, attraverso la rivelazione dei suoi sporadici pensieri (che almeno risultano narrativamente sporadici) e l'incontro con gli altri personaggi, frammentariamente, soprattutto descrivendo gli episodi della sua biografia.

A differenza degli eroi metafisici del mutismo, dell'annichilimento partorito attraverso la maturazione del pensiero come il Bartleby di Melville o il Mersault di Camus, l'Istvàn di Szalay appare preconscio, spersonalizzato se non fosse così profondamente biologico (centrale nella sua vita è il perpetuarsi del sesso e dell'aggressività fisica) perennemente immotivato, giunge alla sua (non)individualità alla fine della Storia (dell'ex blocco sovietico, del Capitalismo, delle relazioni umane, del linguaggio), di una Storia che sembra comunque non riguardarlo.

A tratti sembrano gli altri personaggi, i più importanti all'interno della sinossi, quelli che si fanno latori di pensieri che Istvàn sembra accettare come suoi, dando il suo assenso formale con i suoi "già", "ok", come la Helen che conoscerà a Londra e che diventerà la donna più importante della sua vita.
Le sovrastrutture culturali sembrano a loro volta emanazione delle possibilità conoscitive dei corpi.



"Gli racconta che i parenti di suo marito - la sorella Mathilde, per esempio - erano tutti convinti che l'avesse sposato << soltanto >> per i soldi. Quello di cui non si rendevano conto, dice, è quanto sia difficile stabilire in che misura i soldi abbiano avuto un peso nella sua scelta. Da un lato è innegabile che se lui non fosse stato così ricco lei non lo avrebbe trovato tanto affascinante, ma resta il fatto che per lei lo era e che pensava di amarlo. In altre parole, non è che non le piacesse e fosse solo interessata ai soldi. Era più complicato di così. La sua ricchezza ha contribuito a farglielo sembrare affascinante, ma è impossibile stabilire esattamente in che misura, perciò che senso ha porsi la domanda, visto e considerato che poi, alla fine, questa incertezza su cosa di preciso attiri un individuo verso un altro si applica a qualunque decisione del genere, qualunque decisione sulla persona con cui scegliamo di passare la vita."


A tradire le possibilità dell'essere prospero, come il Barry Lyndon di Thackeray (inevitabilmente anche di Stanley Kubrick) di cui Istvàn sembra una versione casuale e paradossale, scalatore sociale e "self-made man", è un atto d'altruismo, agito senza l'avvisaglia netta di una volontà.
La decisione di salvare la vita alla persona la cui morte l'avrebbe messo in salvo dalla rovina.

Senza recriminare né nobilitare azioni, ultima tra queste quest'atto di soccorso umano, che sembrano perennemente gratuite e agite da sé, attraverso i sommovimenti di questa strana bestia entro cui vive il protagonista, il suo corpo, nonostante sembrino avere una ripercussione emotiva a distanza di tempo, in un altro passaggio della narrazione che non casualmente si apre e si chiude in maniera analoga, nello stesso contesto, come in una parabola.



"Alle cose nuove e sorprendenti che voleva il suo corpo e alla sua incapacità di opporsi quando le voleva. Allora persino i sogni giravano intorno al corpo e a quello che gli stava succedendo. Ricorda di aver sognato dei grassi steli di grafite nera spuntagli dal centro del petto all'incirca nel periodo in cui gli stavano crescendo i primi, finissimi peli, ricorda il risveglio in preda alla repulsione e allo spavento.
E ricorda che lo sbocciare di quella fisicità lo tratteneva dentro come una specie di segreto, nonostante fosse la superficie che di fatto presentava al mondo, così alla fine si ritrovava assurdamente esposto e ignaro se il mondo sapesse tutto di lui oppure niente, perché non aveva modo di scoprire se ciò che gli stava capitando era un'esperienza universale o assolutamente ed esclusivamente sua."


In questo romanzo accade qualcosa che non si vede altrove o che nella storia della letteratura è comunque estremamente rara: sembra sia stato scritto da… nessuno, in uno stile privo di stile, per opera di maestria, che il volume si sia materializzato in libreria come un fungo.


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Riassunto del Bot

La recensione analizza 'Nella carne', romanzo di David Szalay, come un Bildungsroman atipico, incentrato sull'alienazione del protagonista István tra Ungheria, Iraq e Regno Unito. La narrazione rarefatta mette al centro la fisicità e le scelte inconsce, traccia uno spaccato profondo del rapporto tra individuo e storia. Il tono è ammirato verso uno stile quasi anonimo, che stupisce per la sua maestria narrativa.

David Szalay

Scrittore canadese-britannico, autore di romanzi e racconti. Con All That Man Is è stato finalista al Man Booker Prize 2016; in Italia è pubblicato da Adelphi.
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