Quel pazzoide del mio socio ha fame.
Sono le dieci meno dieci, tra dieci minuti inizia il concerto e lui ha fame... freno ad un baracchino, il socio si ingurgita un panino tiepido e via verso i Magazzini Generali. Entriamo e si spengono le luci, tempismo perfetto.

Sono di scena i Death in Vegas, un duo formato dal grafico/dj Richard Fearless e dall’ingegnere del suono Tim Holmes. Sul palco però sono in sette. Due chitarre, basso, batteria, tastiere ed un paio tra synth e piatti vari.

Si parte con "Leather" e si inizia quindi con l’album nuovo. L’impatto per le mie orecchie è devastante, una valanga sonora condita di chitarre distorte e urla elettroniche mi riporta ai tempi di Sepultura & Manowar, quando ancora ci sentivo bene.
Si continua con "Girl", mentre sullo schermo vengono proiettate immagini che ritraggono una dea indiana con sei braccia che fanno da metronomo ad un ritmo lento e cadenziato, ma inesorabilmente in crescendo.
Una pausa provvidenziale per le mie orecchie; dura poco però, perchè arrivano le alchimie distorte di "Death Threat" e "Rekkit", prima che la voce di Liam Gallagher prenda il sopravvento in "Scorpio Rising". Sullo sfondo un prisma di Newton scompone la luce in colori.
È il momento di "Dirge", qualcuno tra il pubblico svogliato si ricorda che era la sigla di uno spot Levi’s e si scatena. Sullo sfondo una parata militare a Pechino.
Inizia il viaggio dilatato di "Help Yourself", l’ugola di Hope Sandoval ci accompagna tra degli indios strafatti di oppio che ciondolano sullo schermo davanti ai miei occhi.
Breve pausa, dopodiché i sette rientrano per il gran finale con "Hands Around My Throat" tra gli applausi della gente.

È l’ultima canzone però, si accendono le luci dopo neanche un’ora e venti, francamente un po’ poco, nonostante la qualità della performance sia stata buona. Belle soprattutto le installazione visive che hanno retto la scena ed hanno supplito alla mancanza di una voce “vera” sul palco.
Qualche pezzo vecchio in più sarebbe stato la ciliegina, "Rocco", "Aisha" o "Opium Shuffle" avrebbero fatto la gioia dei fans più accaniti, mischiati qua e là ad un pubblico tutto sommato un po’ freddo e forse impreparato a questo camaleontico connubio indie-elettro.

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