Hackett do Brasil (parte seconda). Tre anni dopo Stefanuzzo e signora tornano in Brasile a comporre un po' di musica, questa volta con più convinzione rispetto alla vacanza ultra-relaxing di "Cured". Questo è un disco interessante, non strepitoso ma con alcuni bei pezzi e belle idee e forse un po' sottovalutato all'interno della sua discografia. Questa volta qualche influenza vagamente brasileira si sente, quantomeno nella scelta dei musicisti, tutti autoctoni (una nutrita schiera di percussionisti, ma non solo) esclusi Mosley e Magnus, ma visto che Hackett è un burlone, ecco che spuntano dal nulla richiami alla musica giapponese ("The Doll That's Made in Japan", con Kim alla voce nella parte della "giapponesina", ma sbucano fuori anche nell'ottima "What's My Name") con Hackett che suona il koto, cose così. Siccome è sempre un burlone, il disco si chiude con 40 secondi strumentali della canzone di "Pinocchio" della Disney, perché si. Anche "Myopia" è un pezzo molto particolare per i suoi standard. In "What's My Name" e Matilda-Smith... (ottimo brano, forse il migliore) c'è l'ottimo utilizzo delle percussioni (Brasile, non Africa, si, ma non è mai stato così vicino a Gabriel come in questi spezzoni di brano) "Taking the Easy Way Out" è una bella ballad e così via. Hackett qui sperimenta qualcosina di diverso ed è una delle volte in cui gli riesce bene. Secondo me un lavoro valido, disco da riconsiderare almeno un poco, perché non è affatto male.
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