I Delirium non sono mai stati una band come le altre nel panorama italiano. Nati a Genova nei primi anni ’70, capaci di infilarsi nel cuore del prog ma anche nelle classifiche popolari con “Jesahel”, sono sempre rimasti una specie di creatura doppia: da una parte la leggenda storica del progressive italiano, dall’altra una band che nel tempo ha continuato a riemergere a ondate, con nuove formazioni e nuove idee, fino all’attuale incarnazione I.P.G.
Con Sesta Strada lungo il Tempo siamo davanti a un disco che non prova nemmeno a nascondere le sue intenzioni: raccontare storie, attraversare esistenze, mettere insieme personaggi e frammenti di vita dentro il grande tema del tempo che passa. E lo fa con un approccio molto “vecchia scuola”, ma non nel senso nostalgico facile: qui il prog è ancora forma narrativa, quasi teatrale. L’apertura è già una dichiarazione abbastanza netta. “Schiavo della Viltà” è una suite di circa 22 minuti, ed è il vero perno dell’album. Dentro ci trovi di tutto: cambi di atmosfera, sezioni che sembrano piccoli movimenti separati, parti recitate, aperture sinfoniche, e quella tipica scrittura dei Delirium che alterna momenti più lirici ad altri più tesi e dinamici. Non è un brano “lungo” e basta: è proprio costruito come una mini-opera.
Da lì in poi il disco si apre su episodi più “umani”, se così si può dire: “Io Clochard”, “Il Riposo del Pirata”, “Parole nel Vento”. Tutti titoli che già da soli raccontano un immaginario di strada, marginalità, viaggi, persone fuori asse. È come se il disco osservasse il tempo non dall’alto, ma dal bordo della strada. Musicalmente, il gruppo funziona perché non cerca di aggiornarsi forzatamente. Le tastiere di Ettore Vigo e i fiati di Martin Grice tengono ancora viva la radice storica, mentre chitarre e sezione ritmica danno una spinta più moderna, senza snaturare il tutto. La voce si muove spesso su un registro narrativo, più che “cantato” in senso stretto, cosa che aiuta molto la dimensione concept.
La produzione firmata Black Widow Records è pulita ma non levigata, e questo alla fine è un punto a favore: il disco non suona plastificato, mantiene una certa fisicità che si addice al tipo di racconto.
Non è un album che punta alla sorpresa o alla rivoluzione. E nemmeno vuole esserlo. Sesta Strada lungo il Tempo è più un lavoro di continuità: prende quello che i Delirium sono sempre stati e lo rimette in circolo, con una suite iniziale che funziona un po’ da manifesto e il resto che scorre come una raccolta di storie collegate.
Alla fine, i Delirium continuano a fare quello che hanno sempre fatto meglio: raccontare il tempo senza cercare di rincorrerlo.