Album eterogeneo e più moderno rispetto al loro tradizionale stile swing-rock, che rischiava ormai di diventare obsoleto. Il fatto che i superstiti della formazione originale siano ormai solo due (Mark Knopfler e John Illsley, il bassista) non è estraneo al cambiamento, del quale siamo però ben contenti.
Questo disco infatti ci permette di ascoltarlo senza annoiarci, di sfruttare i momenti di maggior relax e dolcezza per ricaricare la concentrazione da dedicare ad episodi più intensi quali Money for Nothing (critica alla massificazione e al consumismo, con i vocalizzi dell'inconfondibile voce di Sting) e la title-track.
E' indubbiamente molto curato, come si addice ad una formazione ormai all'apice della notorietà; impeccabili gli arrangiamenti, molto curate le sezioni ritmiche che si presentano un po' più complesse da seguire ma sempre molto eleganti (una tortura per chi come me ama picchiettare con le dita seguendo il ritmo di ciò che ascolta!). Un disco piccolo, nove canzoni, che è al contempo molto ricco, ognuna di queste ha una sua individualità e ci rimangono definite nella memoria...
Anche i testi spaziano e vanno da quelli country-folk (So far Away, Walk of Life) a quelli più lirici e malinconici, e nel mezzo, tante storielle che il nostro ci canta con disinvoltura.
"Can't get anthidote for the blues"
Di Brothers In Arms me ne sono innamorato lentamente e dopo ripetuti ascolti.
La title-track emoziona e scalfisce in maniera indelebile l'animo di chi ascolta.
Brothers In Arms non è il miglior disco dei Dire Straits. È il disco della consacrazione.
Nove pezzi, nove eroi che si prendono in carico la responsabilità di consacrare i Dire Straits e scrivere il loro nome in calce alla storia della musica.