Nel 1966 Donovan aprì un varco nel cielo: Sunshine Superman nacque come un lampo dorato tra il silenzio e la seta delle nuvole, Nembo Kid aveva un corpo esile e sorriso di hippie gentile.
Le note iniziali brillano come vetro color miele sotto il sole d’alba. La voce entra lieve, come una piuma che riconosce il suo vento.
Linda Lawrence è la stella fissa dietro ogni parola. Musa silenziosa, la Beatrice del Donovan. Invisibile, ardente. Orbitante intorno a ogni battito.
La chitarra scivola su scale di cristallo, il clavicembalo danza tra le nuvole. Mickie Most dirige come un alchimista bendato, Jimmy Page suona come se accarezzasse il tempo.
Superman si smaterializza, Clark Kent si spoglia di ingombranti anagrafi.
Resta solo la luce.
Nessun pugno chiuso, solo incantesimi che echeggiano per mille labirinti. Intorno, il mondo si riavvolge in un lento candore. Ginsberg sorride in controluce, il Maharishi offre silenzi in tazze di porcellana. Mellow Yellow sgorga poco dopo, tra risate liquide e la leggenda dell’electrical banana—un frutto, un segreto, un trucco cosmico.
Ancora oggi, ascoltare Sunshine Superman è come immergersi in una costellazione acustica: ogni suono una stella, ogni verso una porta socchiusa sull’incanto.
"Una sorta di onniscente supereroe musicale, con le mutande sotto al costume e delle folte basettone."
"Donovan dimostrò di non essere un semplice clone del ben più famoso Dylan, bensì un artista a sé stante, ispirato e lontano dalle facili emulazioni."